Decreto Legge PA

Il Dl PA, approvato al Senato e fortemente voluto dal Ministro Brunetta, rappresenta un passo in avanti in termini di efficienza e funzionalità del nostro settore pubblico. Le semplificazioni normative e burocratiche, il ricorso a strumenti appositi per facilitare l’ingresso di giovani nella Pubblica Amministrazione, lo strumento digitale del “Portale del reclutamento”: sono tutti elementi di concretezza che consentiranno ai vari enti di poter contare su persone qualificate, sia nell’immediato per la grande sfida del PNRR, sia più in generale per uno strutturale ammodernamento della nostra PA.

Finalmente, con l’approvazione di questo decreto, si porta a compimento il primo impegno con l’Europa, la prima ‘milestone’ del Pnrr, per consentire al nostro Paese di ricevere i primi anticipi del Recovery per un ammontare di 25 miliardi di euro. Da oggi disegniamo una nuova Pubblica amministrazione, per una nuova Italia.

Centrodestra nuovo, si (ri)parta dalle basi

Provo anche io ad iscrivermi al dibattito scaturito a seguito dell’ipotesi di federazione tra Forza Italia e Lega, di cui abbiamo sentito dalle parole dei leader e letto in questi giorni sui quotidiani. Ciò, senza alimentare contrapposizioni che credo non siano di grande interesse per il pubblico sugli spalti, ma cercando di offrire un contributo propositivo e, perché no, operativo.

Un paio di premesse.

La prima. Come è noto, sono un militante di Forza Italia dal 1994 e, pur essendo il più giovane parlamentare piemontese, ho vissuto in prima persona – a differenza di chi è arrivato dopo, anche da altre esperienze – tutte le fasi di questo straordinario percorso lungo 27 anni: credo pertanto, tuttora e fortemente, nell’identità del nostro Movimento. E farei un’enorme fatica ad ammainarne la bandiera.

La seconda. Essendo da sempre un sostenitore di modelli istituzionali che prevedano l’alternanza di governo tipica del sistema anglosassone, continuo a ritenere preferibile uno schema maggioritario “secco”, a turno unico, in cui due grandi formazioni politiche si confrontano e propongono ai cittadini le proprie piattaforme programmatiche. Con un esito chiaro, un minuto dopo la chiusura delle urne: chi vince governa, chi perde controlla. E se ne riparla dopo cinque anni.

Pertanto, se potessi esprimere un desiderio, auspicherei che l’esito del dibattito di questi giorni fosse la realizzazione anche qui da noi di un unico contenitore liberal-conservatore organizzato come il Partito Repubblicano USA. Un grande partito – aperto, plurale e contendibile ad ogni livello – in cui ciascuno degli attuali protagonisti del centrodestra italiano possa trovare collocazione, ottenendo spazi ed affermando la propria agenda politica con idee e capacità di mobilitazione.

In Italia un’esperienza simile si tentò con il PDL, che fu una grandissima intuizione di Silvio Berlusconi e che però non riuscì a superare lo scoglio delle quote garantite dal notaio fra i partiti aderenti, pur avendo avuto immediatamente – e non a caso, aggiungo – grande consenso da parte degli Italiani, anche superiore alla sommatoria delle precedenti esperienze partitiche. Il progetto venne accantonato, senza che potesse maturare “dal basso” quell’amalgama fondamentale per ogni comunità politica che aspiri a mantenere la propria centralità indipendentemente dai sondaggi più o meno volatili e che sia capace di selezionare leadership locali e nazionali.

Per evitare di incorrere nello stesso esito di qualche anno fa, oggi si potrebbe dunque ricominciare un percorso simile – che in prospettiva porti al partito unico – invertendone la modalità e partendo dalle basi. E, in tal senso, abbiamo un’occasione straordinaria: le elezioni amministrative del prossimo autunno nelle principali città italiane. In quelle competizioni potremmo fin da subito selezionare una classe dirigente a livello locale attraverso la presentazione di liste unitarie di centrodestra, come già avvenuto in passato in piccole realtà locali e come probabilmente avverrà a Napoli proprio in questa tornata amministrativa.

Perché allora non iniziare da Torino, dove è più forte il retroterra del conservatorismo italiano e dove storicamente la cultura politica si è identificata con la capacità di “fare” istituzioni liberali? Qualche giorno fa avevo proposto gli Stati generali del centrodestra torinese proprio per iniziare un percorso condiviso, a cominciare dal programma per la Città. Poiché sull’agenda di governo da proporre ai torinesi è probabilmente più facile trovare una sintesi tra quei partiti che sono accomunati dal non aver mai avuto responsabilità in tal senso, forse mettere da parte le insegne delle singole “ditte” e schierare le migliori candidature possibili in un’unica lista per l’imminente turno amministrativo può consentirci di fare un primo, significativo passo verso la costruzione di una grande forza politica degli Italiani. Partendo dagli elettori.

E’ ora di rimettere al centro dell’agenda politica il completamento dell’anello tangenziale di Torino

Sul fatto che la chiusura dell’anello tangenziale di Torino – la cosiddetta “tangenziale est” – sia rimasta “nel libro dei sogni”, credo che non ci siano dubbi e che il richiamo in tal senso dell’Osservatorio Territoriale Infrastrutture Nord-Ovest di Confindustria sia molto opportuno, anche per le parole usate nel rapporto 2020 appena pubblicato. Si tratta, dunque, di rimettere questo tema al centro dell’agenda politica, sia a livello nazionale, sia a livello regionale, per dotare finalmente il territorio di un’opera strategica per il chierese e per il chivassese.

Ma esiste un modo per tornare a ragionare sulla sua realizzazione, individuando modalità di gestione e tracciato più idonei? Forse sì, ed è legato agli esiti della gara per la concessione del sistema autostradale tangenziale torinese, per cui il Consiglio di Stato ha escluso i vincitori, di fatto assegnando la gestione all’unica altra società partecipante al bando. Nel caso in cui il MIT, a fronte di un’offerta economica da parte dei secondi classificati che si stima inferiore per almeno 800 milioni, decidesse di non procedere all’aggiudicazione vera e propria si aprirebbe la strada per l’indizione di una nuova gara. E in un’ipotesi del genere, nel nuovo bando si potrebbe prevedere di includere fra le opere da garantire in cambio della concessione pluriennale proprio la chiusura dell’anello tangenziale di Torino, andando a riprendere un discorso che si è interrotto ormai troppi anni fa.

Insomma, un modo per passare finalmente dal già citato libro dei sogni ad una realtà di ripartenza per l’economia del nostro Piemonte.

Idee e programmi per Torino *

Una premessa. Siamo cittadini di un Paese che ha avuto le città protagoniste della sua storia istituzionale, sociale ed economica. Città capitali di aree territoriali regionali che, pur attraverso epocali trasformazioni dell’assetto politico generale, hanno continuato ad essere riconosciute e rispettate come beni patrimoniali di una cultura civica consolidata nel lungo periodo.

Da questo punto di vista, ha ragione chi sostiene che lo scenario urbano è un mondo al centro del quale la figura del sindaco, specie quando si cimenta con il governo di una grande città come Torino, si pone come sintesi delle più alte e complesse azioni di governo, essendo a tutti gli effetti esecutore di politiche di rilevanza nazionale.

Parto da questa considerazione, perché è da qui che si può osservare con una certa obiettività il procedere dei preparativi per la campagna elettorale comunale del prossimo autunno, più accidentato del solito a causa delle restrizioni dettate dalla pandemia, ma reso ancora più strategico dal fatto che l’intero prossimo quinquennio amministrativo sarà segnato dalle progettualità messe in atto dall’innesto delle politiche locali sugli assi portanti del Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Al momento si sta parlando più di candidati che di programmi, più di persone che di idee. Il che non è male di per sé, purché non si dimentichi che sono le idee a far respirare la società e che di conseguenza i prescelti alla carica di sindaco sono in dovere di rappresentarle con la massima chiarezza e coerenza. Di fronte ai candidati dei diversi schieramenti non si è mai imparziali: sono le regole del gioco elettorale a far scattare in noi (qualora non già aderenti e attivisti di un partito) reazioni di parte, ma sono queste stesse regole ad indurci all’ascolto delle proposte che arrivano dalla coalizione a cui non ci sentiamo di appartenere.

Da questa angolazione di uomo di parte a pieno titolo, figlio di un territorio che ho l’onore di rappresentare in Parlamento, ritengo doveroso sottoporre al candidato a primo cittadino di Torino per il centrodestra Paolo Damilano temi, riflessioni e alcune domande, con la sola intenzione di far discutere con noi la città, ora che le forti correnti di trasformazione dell’opinione pubblica, rinforzate dai drammatici eventi dell’ultimo anno, potrebbero sbloccare dal suo arroccamento il fronte partitico che ha governato Torino dal sindaco Novelli in poi, rendendo plausibile un deciso cambio di schieramento alla guida della capitale subalpina e del suo vasto e composito territorio metropolitano.

La Torino di oggi è il distillato di una tradizione custodita e aggiornata sotto l’impulso della sua grande capacità di fare innovazione. Ma negli ultimi decenni il dialogo tra tradizione e innovazione si è fortemente indebolito. Su quali ne siano state le cause, su chi abbia la responsabilità prevalente di “aver fermato Torino” – come hanno scritto Bagnasco, Berta e Pichierri – il dibattito è in corso soprattutto tra gli studiosi e non intendo affrontarlo in questa sede. Mi limito ad osservare i sintomi di questo disagio, di circoscriverli e di stimolare dei ragionamenti sulle possibili terapie da adottare.

Andiamo per (pochi) punti, senza la pretesa che siano esaustivi.

Il primo. La dimensione metropolitana di Torino si è fortemente contratta negli ultimi decenni e non solo nel paragone con Milano. È un problema fortemente localizzato, di “medicina interna”, dovuto innanzitutto al decremento demografico. Ma come contrastare allora la dinamica che porta la nostra città, secondo un recente studio della Fondazione Agnelli, a perdere 500 residenti al mese, mentre Milano ne acquisisce 1000? Cosa fare per indurre ad abitare o riabitare Torino?

Secondo punto. La storica capacità di produzione manifatturiera, con la mutazione del DNA Fiat, prima con FCA e adesso con l’ingresso in Stellantis a evidente trazione francese, lascia irrisolti – e rischia di aggravare – problemi di ordine occupazionale, che vanno affrontati a viso aperto con concreti strumenti risolutori. Al tempo stesso dà spazio a forme e processi produttivi decisamente originali e tecnologicamente avanzati. Sarà il Manifacturing and Technology Center, con la regia concertata di Università, Politecnico, Unione Industriale e Camera di Commercio a fornire nuova sostanza all’epocale processo di sostituzione industriale in corso? O l’Istituto nazionale per l’Intelligenza artificiale? Che ne sarà, però, del lavoro manuale rispetto al lavoro digitale? Che ne sarà della manodopera operaia e artigiana, che continuerà a coesistere accanto alle competenze di ingegneri e informatici? Non mancano, in un visione generalizzata, progetti significativi sul versante dell’integrazione tra impresa e socialità: la Borsa dell’Impatto Sociale, che avrà sede dove un tempo c’era la Borsa Valori, attuerà interventi di social investing, che avranno bisogno di figure professionali adeguate.

Terzo punto. Si parla di formazione a tutti i livelli e non solo a Torino. Ma accanto ai percorsi abilitanti a professioni di alto profilo, soprattutto per rispondere ai fabbisogni del privato e di cui si farebbe carico la struttura accademica con il Competence Center, occorre investire per contribuire anche alla formazione di classe dirigente pubblica, sia nei ruoli politici elettivi, sia in quelli del funzionariato e della dirigenza. Lo snellimento della burocrazia, su cui il Governo Draghi punta (anche) per obblighi europei, passa attraverso un’etica della responsabilità, che nella nostra città si è manifestata istituzionalmente nell’unificazione della penisola. In questo senso, si ritiene prioritario lavorare per dotare Torino di una sede decentrata della Scuola Nazionale dell’Amministrazione, che già a Caserta ha un suo importante presidio per l’intero Mezzogiorno?

Quarto punto. Sanità, servizi sociali, sicurezza sono gli snodi di un unico intervento – quello sulla salute pubblica – che dovrebbe articolarsi in politiche di settore capaci di rispondere a bisogni collettivi imprescindibili. Soprattutto sul tema della sicurezza il dibattito politico più recente ha trovato il suo cavallo di battaglia, facendone però quasi esclusivamente un argomento di ordine pubblico. Argomento che ha tutte le ragioni per imporsi all’attenzione fattiva del prossimo sindaco di Torino, ma che occorre declinare anche nelle sue componenti strutturali sanitarie e di complessivo Welfare urbano e metropolitano. Il futuro Parco della Salute, della Ricerca e dell’Innovazione di Torino risponderà a queste necessità? La sua offerta di salute sarà in grado di affrontare con efficacia le nuove emergenze individuali e collettive? Inoltre, da valorizzare in termini di modello di sviluppo vi è la sanità di eccellenza: che ne sarà, ad esempio, dell’ospedale oftalmico, le cui prestazioni integrate dovrebbero incentivare logiche di riqualificazione e di unitarietà in una sola sede, piuttosto che scelte orientate alla parcellizzazione dei suoi servizi in più strutture ospedaliere, ponendolo a rischio di cancellazione?

Quinto punto. Basilare è una visione trasversale, un collante che metta a sistema le interrelazioni tra infrastrutture, edilizia, attività economiche, mobilità e logistica. Quali saranno le parole-chiave del prossimo sindaco? Ricostruzione e riqualificazione? Forse la sostenibilità non basta, se significa compiere in modo più garbato gli stessi errori del passato sulla base del principio del “non arrecare danni significativi”. L’impressione più forte è che la partita decisiva si giocherà sul campo dell’interazione tra urbanistica cittadina e pianificazione metropolitana, tra un nuovo piano regolatore e gli strumenti di programmazione della Città Metropolitana, come il piano strategico recentemente approvato. Terreno su cui il rapporto tra centro, periferie e provincia sarà determinante per generare quella “grande Torino”, città-regione, su cui bisogna cominciare a pensare senza troppe reticenze sabaude, visto che altrove da tempo si stanno gettando le basi operative e normative per la “grande Milano” e per “Roma Capitale”.

Concludo con una proposta: organizzare in un luogo simbolo della laboriosità torinese (penso alle OGR) una conferenza programmatica, articolata per tavoli tematici, da cui estrarre un progetto di sintesi, in cui si riconoscano tutte le forze di questo schieramento, dai partiti ai movimenti civici decisi a costruire un’alternativa di governo al centrosinistra e al partito di Grillo.

Se dovessi scegliere un titolo, forse dal sapore antico, parlerei di “Stati generali del centrodestra di Torino”, da svolgersi proprio in concomitanza con le elezioni primarie del PD, e cioè il 12/13 giugno prossimi. Obiettivo: parlare alla città con franchezza di come la si immagina per i prossimi trent’anni. E su questa piattaforma di idee pragmatiche e di discontinuità rispetto al passato e al presente far capire – non con una competizione fra candidati (modalità che peraltro non mi sento di criticare, anzi!) ma con un lavoro sulle proposte e sui progetti – che Torino può essere uno dei luoghi migliori in cui le innovazioni possano avere successo.

E’ vero, c’è molto da fare: per Torino serve una grande riparazione.

* intervento su Lo Spiffero nella rubrica “L’Opinione”

#confrontiamocitour2021

 

Ho deciso di approfittare di questa graduale riapertura del Paese per riprendere a fare in presenza e con costanza la parte più importante del mio mandato parlamentare: incontrare gli amministratori del mio territorio. Per questo ho dato il via al #confrontiamocitour2021, una serie di momenti di confronto e scambio con chi ogni giorno gestisce i Comuni del mio collegio e della mia Provincia. Ho cominciato con i Sindaci, partendo da Fabio Giulivi a Venaria e Ivana Gaveglio a Carmagnola.

 

Ho proseguito il giro di meeting a Castiglione, Leinì e Brandizzo. Tre momenti di grande rilievo, durante i quali ho avuto l’opportunità di conoscere due importanti imprenditori del territorio, il Ceo di Seven Aldo Di Stasio e il Presidente di Borello Fiorenzo Borello. Due grandi esempi di attaccamento alla nostra Provincia che, nonostante le molte difficoltà, continuano ad investire garantendo crescita e lavoro.

Sono anche stato a Foglizzo e Caluso, dai Sindaci Fulvio Gallenca e Maria Rosa Cena.

Il contatto con chi è in prima linea ogni giorno, unito alla comprensione delle problematiche più imminenti per ogni Comune, è uno stimolo fortissimo per operare al meglio nella mia missione parlamentare. Sono quindi a disposizione di ogni Sindaco della Provincia di Torino, per organizzare un incontro è sufficiente scrivermi sui miei canali social o sulla mail confrontiamoci@carlogiacometto.com

📌 PNRR, bene Brunetta su semplificazione PA. È una battaglia storica di Forza Italia

L’emanazione di un dl semplificazione come primo provvedimento di accompagnamento al Pnrr, da approvare entro maggio, così come annunciato oggi dal ministro Renato Brunetta in un’intervista al ‘Sole 24 Ore’, segna quel cambio di passo con il passato indispensabile per dare corpo e sostanza alla svolta riformatrice di questo governo.

Per poter sfruttare appieno le potenzialità delle misure contenute nel Recovery Fund è necessaria una vera e propria ‘rivoluzione’ delle procedure e dei meccanismi che regolano la nostra burocrazia. Da anni Forza Italia sottolinea la necessità di un cambio di rotta, di una riforma complessiva del sistema amministrativo. È una nostra storica battaglia. Finalmente, complice la pandemia e i vincoli imposti dell’Ue, questo processo di cambiamento può compiersi, anche grazie alla competenza e capacità del ministro Brunetta.

📌 Scuola di Applicazione,  importante segnale presenza del Sottosegretario Mulè oggi a Torino

La visita e le parole di oggi a Torino del Sottosegretario alla Difesa Giorgio Mulè a tutela della continuità dei corsi universitari della Scuola di Applicazione nella nostra città sono un importante segnale di ascolto da parte del Governo, che ritengo giusto sottolineare. Nelle scorse settimane, infatti, come parlamentare piemontese avevo avuto modo di evidenziare al Sottosegretario Mulè il ruolo strategico per Torino di un’istituzione di alta formazione così qualificata, trovando in lui un interlocutore attento e orientato a trovare una soluzione finalizzata a non disperdere un patrimonio importante per il nostro territorio.

Il percorso condiviso oggi durante l’incontro con la Regione Piemonte e l’Università di Torino è coerente con l’obiettivo di salvaguardare un’eccellenza torinese e dimostra una volta di più la grande attenzione del Ministero al tema. Auspico che tutti gli attori istituzionali in campo mantengano questa unità di intenti, per preservare la continuità della Scuola di Applicazione dell’Esercito a Torino.

🛑 Disponibilità CTS su test salivari scelta corretta 🛑

Il 25 marzo mi ero permesso di suggerire al Governo l’utilizzo di test salivari molecolari all’ingresso delle scuole, per garantire una quanto più rapida riapertura per i nostri ragazzi. Parliamo di test altamente funzionali, poco costosi e persino più efficaci dei test antigienici tradizionali. Precisamente le ragioni che hanno portato il Professor Abrignani, componente del CTS, ad indicarne oggi in un’intervista su Repubblica l’utilizzo come una possibilità da mettere rapidamente in campo. Il 26 aprile, finalmente, riprenderanno le lezioni in presenza per le scuole di ogni ordine e grado. Una scelta corretta, che ci deve però far trovare pronti in quanto a prevenzione dei rischi. Questo tipo di test, rapido e per nulla invasivo, può per altro essere funzionale in vista del ritorno delle zone gialle anche aldilà delle scuole. Penso a ristoranti o locali chiusi di ogni genere. La direzione è quella giusta, auspico ora che il CTS fornisca una strategia chiara in merito all’utilizzo di questi test nel più breve tempo possibile.

Dichiarazione di voto su mozione per deposito nazionale scorie

Con la mozione di ieri rispetto all’individuazione del sito nazionale per lo smaltimento di materiale radioattivo, la Camera ha compiuto un passo avanti positivo che raccoglie più di una richiesta posta da Forza Italia. Trovo innanzitutto importante che il Governo si sia impegnato a definire tempi, modalità e certezza di risorse per i 19 depositi temporanei attualmente in esercizio, a cominciare dal sito Eurex di Saluggia in Piemonte. Di particolare rilievo sempre per la nostra Regione è la richiesta di impegno da parte di Sogin perché valuti come criterio l’esclusione di siti diventati nel frattempo patrimonio Unesco, le relative ‘zone cuscinetto’ e i Comuni confinanti, un tema che riguarda direttamente il Monferrato.

Abbiamo chiesto e ottenuto un coinvolgimento diretto di Regioni, Comuni e comunità locali interessate dai 67 siti potenzialmente idonei, prevedendo di escludere le aree agricole di particolare rilevanza o pregio locale e nazionale. Al contrario abbiamo chiesto e ottenuto che si proceda alla valutazione di aree militari dismesse o in via di dismissione, nonché delle auto-candidature che potrebbero ancora emergere. Si è poi previsto di valutare l’indice di pressione ambientale dei Comuni oltre un raggio di 20 km dal sito che verrà individuato. Infine, ed è finalmente un intervento di equità, Forza Italia ha posto il tema delle compensazioni economiche, ottenendo che si vada nella direzione di erogare contributi ai Comuni non solo sulla base dei confini amministrativi, come avviene oggi sulla base di una legge del 2003, ma anche sulla base della distanza chilometrica dagli impianti oggi in funzione. Si tratta insomma di una mozione che raccoglie molte delle istanze giunte dai territori in questi ultimi mesi di dibattito, che dà seguito alle disposizioni del decreto legislativo 31 del 2010 fortemente voluto dal Governo Berlusconi e che auspico possa essere un passo importante per garantire la più ampia collegialità nelle decisioni che verranno prese rispetto all’individuazione del sito definitivo.

Qui sotto il mio intervento integrale in Dichiarazione di voto alla Camera.