Emergenza Covid, ecco perché ho aderito alla petizione di Lettera 150 e della Fondazione Hume

Nei giorni scorsi ho sottoscritto la petizione “Un decalogo per salvare l’Italia” della Fondazione Hume e di Lettera 150, perché ritengo si tratti di una proposta illuminante per orientare l’azione istituzionale nell’emergenza Covid.

Luca Ricolfi e Giuseppe Valditara l’hanno presentata giustamente come un’ “operazione verità”, perché la verità non è qualcosa di astratto: è la coerenza tra le parole e i fatti, tra ciò che accade e ciò che si comunica, tra quel che si promette e quel che si mantiene. Coerenza che è venuta a mancare a più riprese, dall’inizio della pandemia ad oggi, nelle posizioni e nelle decisioni del Governo.

Perché, da marzo a ottobre, non ci si è concentrati sulle soluzioni in vista di una seconda, peraltro scontata, ondata di contagi? Perché non si è mantenuta la promessa di creare 3.500 nuovi posti di terapia intensiva? Perché non si è rafforzata la rete dei trasporti locali? Perché non sono stati istituiti i Covid-hotel per ospitare la quarantena dei positivi, preservando dal pericolo di contagio i familiari conviventi? Perché le scuole non sono state dotate di regole e dispositivi di sicurezza, così come dei docenti e degli operatori necessari?

Non lo dico in modo pregiudiziale, perché – come ha giustamente sottolineato il Presidente Berlusconi nei giorni scorsi – noi di Forza Italia siamo consapevoli (e rispettosi) delle difficoltà oggettive di chi riveste ruoli di responsabilità diretta. Però, è inammissibile che il Governo abbia trascurato quella specifica azione di coordinamento delle istituzioni regionali e locali, che la Costituzione gli assegna proprio per fronteggiare situazioni come quella attuale, come ben chiarito dall’articolo 117 in materia di legislazione esclusiva da parte dello Stato.

Ed è allarmante che i dati e le informazioni, utilizzati per le chiusure diversificate delle Regioni, siano stati raccolti in modo scoordinato e comunicati in ritardo. Non esiste un database nazionale di pubblica consultazione? E cosa si aspetta per farlo? Senza un politica più organizzata e trasparente, non si può aspirare a risultati apprezzabili.

Raccolta fondi – Saturimetri

Raccolta fondi – Saturimetri

Insieme al Consigliere Regionale Gianluca Gavazza ho avviato una raccolta fondi su piattaforma GoFundMe per acquistare 1000 saturimetri per il nostro territorio. 

Vogliamo dotare i medici di famiglia e i pediatri di libera scelta che operano nel distretto sanitario di Chivasso di saturimetri da distribuire ai loro pazienti più fragili e più in difficoltà. Un’iniziativa che ci consentirà di avere un primo importante termometro dei contagi da Covid-19 sul nostro territorio, in modo da rafforzare le cure domiciliari ed evitare il più possibile i ricoveri all’ospedale di Chivasso.

L’obiettivo è quello di raggiungere in pochi giorni le risorse sufficienti per acquistare 1000 SATURIMETRI.

Tali strumentazioni verranno successivamente consegnate ai Sindaci del nostro distretto, affinché la distribuzione ai professionisti sanitari che operano tutti i giorni “sul campo” avvenga in tempi rapidi e sia capillare.

Come fare la donazione: collegarsi al link qui sotto, inserire il proprio nome (che, se si vorrà, può poi non comparire) e fare il pagamento con carta. Qualsiasi importo, anche il più piccolo, ha un grande significato e può valere molto.

https://www.gofundme.com/f/saturimetri-per-i-medici-di-base?sharetype=teams&member=6555588&pc=fb_co_campmgmt_w&rcid=r01-1605082521%2C59-d6de00b77e93492b&utm_source=facebook&utm_medium=social&utm_campaign=p_lico%2Bshare-sheet&fbclid=IwAR3pPH6e2nrhCRVsKnwqd7BQDqninBF9ZhdPch0mwup0alk6q2ZvmiTDCGw

Dpcm 4 novembre, serviva intesa con i Governatori. Adesso moratoria fiscale

Ci sarebbe da stupirsi, se le cose non fossero di per sé incredibilmente evidenti.
È evidente, ad esempio, che la conferenza stampa di oggi i professori Brusaferro e Rezza avrebbero dovuto tenerla neanche ieri, ma dieci giorni fa, quando hanno avuto a disposizione i dati su cui basare le decisioni da prendere.
È evidente, altro esempio, che il ministro Speranza avrebbe dovuto relazionare alla Camera non domani – peraltro su pressante richiesta di Forza Italia per iniziativa del capogruppo Mariastella Gelmini – ma nei giorni scorsi, in modo tale da discuterne tempestivamente e costruttivamente alla luce del sole, evitando così le imposizioni governative delle ultime ore.
È evidente, per continuare nell’elenco delle cose che non vanno, che tanti lavoratori e operatori economici, dal comparto della ristorazione a quello della cultura, dal mondo sportivo a quello della cura della persona, non invocano la carità del Governo, tramite misericordiosi e ancora misteriosi “ristori”, ma chiedono con voce ferma e sonora di poter semplicemente lavorare, rispettando le regole di sicurezza, ma senza essere paralizzati nelle loro attività quotidiane.
Non sarebbe stato più logico e rispettoso dei rapporti tra istituzioni applicare sin da subito quanto previsto all’articolo 3 comma 2 dell’ultimo Dpcm, laddove si prevede, sulla base dell’andamento del rischio epidemiologico, di ricalibrare ed eventualmente attenuare le misure di lockdown, d’intesa con i Presidenti delle Regioni interessate dai provvedimenti più duri? Evitando così ogni polemica sui “due pesi e due misure”?
Un’opportunità da percorrere specie in Regioni come il Piemonte, caratterizzate da centinaia di Comuni di ridotte dimensioni, le cui attività commerciali di certo non producono pericolosi assembramenti.
Proprio perché la situazione è preoccupante, occorre muoversi con prudenza, senso dell’equilibrio e grande sensibilità per la situazione di sofferenza economica e sociale che si è prodotta.
Per queste ragioni la proposta del Presidente Cirio di una moratoria fiscale per tutto il 2020 ci sembra dettata da saggezza e consapevolezza dei doveri dell’amministrazione pubblica. Al di là dei partiti, dalla parte dei cittadini.

Associazioni culturali, bene l’intervento regionale, ma adesso il Ministro sostenga il webtheatre

Ritengo tempestiva e funzionale l’impostazione che la Regione Piemonte ha dato al Bando unico 2020 per le attività culturali e dello spettacolo, di imminente pubblicazione. Peraltro, con la chiusura dei musei e delle manifestazioni espositive tutte le modalità pubbliche di fruizione dell’arte e della cultura condividono ormai le stesse difficoltà. E, quindi, la risposta delle istituzioni deve essere necessariamente non settoriale, ma sistematica. Bene, dunque, l’intervento della Giunta Cirio.

In attesa di leggerne i contenuti specifici, avendo nel frattempo ascoltato personalmente molti operatori dello spettacolo dal vivo (teatro, musica, danza), credo sia opportuno affiancare ad un intervento per sua natura emergenziale a livello regionale, un ragionamento strutturato e sostenuto a livello nazionale, che porti l’azione di sostegno a questo settore dal livello puramente assistenziale a quello della difesa della sua dimensione creativa e produttiva. I “ristori” sono utilissimi, ma non bastano, se i lavoratori rimangono mentalmente bloccati.

Per queste ragioni sarebbe auspicabile che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo promuovesse, di concerto con gli Assessorati alla Cultura delle Regioni interessate e con l’intervento delle Fondazioni di origine bancaria operanti nei singoli territori, la messa a punto di una piattaforma di webtheatre, sostenuta economicamente con i contributi che in via ordinaria vengono erogati per stagioni, rassegne ed eventi performativi e tale da garantire a compagnie ed associazioni l’opportunità di continuare a produrre e la visibilità dei loro prodotti artistici.

È vero che i teatri sono chiusi al pubblico e così pure le sale da concerto, ma non ad attori e musicisti, tecnici e maestranze, che continuano a lavorarci quotidianamente per le prove di spettacoli, che realisticamente solo tramite video e rete potranno nei prossimi mesi incontrare degli spettatori. Certo, andare a teatro o ad un concerto è un’altra cosa. Ma ora occorre uno sforzo collettivo di immaginazione e di concretezza per dare continuità, a dispetto della pandemia, ad un settore che non può e non deve fermarsi, pena la distruzione di preziose vocazioni e professionalità e la dissipazione del nostro patrimonio culturale.

DL ristoro, per i test antigenici risorse nettamente insufficienti

Se l’unica strada per evitare la corsa verso gli ospedali e la pressione sulle strutture di terapia intensiva e subintensiva è rafforzare urgentemente la diagnostica a livello territoriale tramite un maggiore coinvolgimento dei medici di famiglia, allora i 30 milioni di euro che il Governo ha previsto all’articolo 18 del decreto Ristori rischiano di essere un mero palliativo.
In concreto, infatti, quelle risorse saranno appena sufficienti a dotare i più di 50mila medici di famiglia e pediatri di libera scelta in Italia di soli 2 milioni di tamponi antigenici, garantendo di fatto un grado di copertura dei loro assistiti percentualmente irrilevante e inadatto a raggiungere l’obiettivo di attivare la diagnosi precoce delle infezioni da Covid19 adesso, cioè nel picco della diffusione delle influenze di stagione.

Poiché nelle settimane scorse è stato definito un accordo a livello nazionale con il Governo che prevede proprio la possibilità di intervenire, tramite la rete dei medici di famiglia, con i test antigenici propedeutici, in caso di positività, al test molecolare, ora si tratta di tradurre in sede operativa con le singole Regioni tale disposizione che, pur essendo arrivata con colpevole ritardo, ha stabilito le linee di indirizzo da tradurre in decisioni sui protocolli operativi a livello territoriale, che auspichiamo immediate e non ostacolate da impedimenti burocratici.
Lo stesso accordo, infatti, prevede in aggiunta lo sblocco di ulteriori risorse, per circa 260 milioni di euro, destinate alla diagnostica di primo livello di cui dotare gli studi medici del servizio sanitario nazionale, ulteriore tassello per decongestionare gli ospedali.

La celerità di intervento dei livelli regionali è oggi determinante, specie in Regioni come il Piemonte, dove l’età anagrafica è in media più alta rispetto al resto del Paese e dove la paura di non trovare eventualmente un posto letto in caso di malattia da Covid-19 potrebbe portare ad una corsa agli ospedali, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di pressione sulla capacità operativa dei Pronto Soccorso e sull’allungamento delle liste d’attesa di altre prestazioni specialistiche.

DPCM 24 ottobre, provvedimento irrazionale che scava un solco profondo tra garantiti e non

Governare è sicuramente difficile. Ma non governare, perché alla prova dei fatti non se ne è capaci, è altamente dannoso.

Ed è del tutto evidente che il DPCM di oggi appartiene alla categoria del non saper governare. Quand’è che non si sa governare? Quando non si ha la capacità né la competenza necessarie e quando si assumono decisioni senza tener conto della realtà dei fatti.

Già nei mesi scorsi eravamo convinti che il Governo stesse temporeggiando, facendo finta di non conoscere le dinamiche epidemiologiche. Le biblioteche rimanevano chiuse, ristoranti, bar, teatri, cinema, palestre soggetti alle più ferree limitazioni, ma le aree cittadine delle movide completamente aperte e abbandonate alla confusione degli assembramenti. Per non dire dell’assenza di controlli sui mezzi di trasporto pubblico stipati di viaggiatori, né di alcuna ipotesi di potenziamento di questo servizio, magari coinvolgendo le realtà del trasporto privato non di linea.

Non curarsi della realtà significa pensare che l’Italia sia tutta un’immensa ZTL di Roma, Napoli, Milano o Torino. Significa non distinguere tra il centro delle città e i paesi, dove i bar, per numero di frequentatori, non sono la stessa cosa. Significa ignorare che il 60% del territorio nazionale è fatto di quella che si usa chiamare “provincia”, dove gli affollamenti nessuno li ha mai visti. Significa non chiudere le metropolitane, ma serrare invece gli impianti sportivi. Significa far pagare direttamente ad alcune categorie come i lavoratori autonomi e i loro dipendenti – categorie di per sé già compresse e tartassate – la spesa sociale che riguarda tutti, anche chi finora non ha perso un euro del proprio reddito. Significa mandare in frantumi una società nazionale e un popolo, introducendo misure che allargano pericolosamente il solco tra garantiti e non.

Significa “raccomandare” di muoversi per motivi di lavoro, ma non per motivi di disoccupazione (come cerca lavoro uno che non ce l’ha o l’ha perso o lo sta perdendo? Con la forza della disperazione?).

Significa anche e soprattutto non aver utilizzato i mesi da marzo a ottobre per dotare le Regioni delle risorse finanziarie adeguate per potenziare il sistema sanitario nei grandi centri ospedalieri, quantomeno raddoppiando i posti per le terapie intensive, oppure per organizzare un sistema efficiente per il pagamento tempestivo della cassa integrazione a chi ne abbia diritto, eliminando l’inaccettabile ritardo che ancora caratterizza questa prestazione e che ha messo – e mette tuttora! – a dura prova i bilanci famigliari di troppi lavoratori.

E invece abbiamo continuato ad assistere per tutti questi mesi ad estenuanti e stucchevoli discussioni sulla necessità di garantire il distanziamento nelle aule scolastiche attraverso l’approvvigionamento di milioni di fantomatici “banchi a rotelle”, magari Made in China, con una scelta ed una conseguente spesa a carico del bilancio dello Stato che non trovano giustificazioni razionali.

Insomma, quando non si è capaci a governare, l’unica cosa che si sa fare veramente è preparare con molto scrupolo e senza scrupoli la prossima campagna elettorale!

Risorse aggiuntive per il TPL, qualche considerazione partendo dai numeri

Nel corso dell’informativa di stamane alla Camera dei Deputati sull’ultimo DPCM, peraltro già in vigore dal 14 ottobre scorso, l’attuale Presidente del Consiglio ha sottolineato con enfasi un dato: nella prossima legge di bilancio per l’anno 2021 ci saranno 350 milioni in più “per Regioni e Comuni” nell’ambito del finanziamento del trasporto pubblico locale.

Poiché penso che le risorse per il TPL – specie in questa fase ancora caratterizzata dalla diffusione del virus cinese – siano giustamente da aumentare, indirizzandole al potenziamento del servizio per rendere più sicuri gli spostamenti (in particolare di studenti e pendolari), ho accolto quest’annuncio come un fatto positivo.

Poi, però, memore dei numeri del bilancio della Regione Piemonte (che, fino ad un paio di anni fa, riceveva dallo Stato per il TPL – sia su “gomma”, sia su “ferro” – circa 450 milioni annui, ndr), mi sono chiesto: questi 350 milioni in più per “Regioni e Comuni” avranno davvero un impatto determinante in una situazione straordinaria qual è quella attuale? Qual è il totale delle risorse che ogni anno lo Stato destina al finanziamento del trasporto pubblico locale?

Ebbene, il “Fondo per il concorso finanziario dello Stato agli oneri del trasporto pubblico locale, anche ferroviario, nelle regioni a statuto ordinario” ammonta, nel bilancio triennale 2020-2022, a 4.875,554 milioni di euro per il 2020 ed a 4.874,554 milioni € per ciascuno degli anni 2021 e 2022.

Insomma, circa 4,9 miliardi annui per le 15 Regioni a statuto ordinario, cui – bontà sua – l’attuale Presidente del Consiglio aggiungerà, forse, 350 milioni, comprendendo immagino anche le 5 Regioni a statuto speciale. Saranno risorse sufficienti per garantire il distanziamento fisico su autobus, treni, metropolitane, prese d’assalto e frutto di veri assembramenti (altroché i ristoranti e i bar, che al contrario riescono a gestire la loro clientela in modo molto efficace e che, paradossalmente, vengono continuamente vessati da imposizioni ulteriori e chiusure obbligatorie)?

Forse è il caso di ripensare l’organizzazione del TPL, in particolare quello rivolto agli studenti, progettando un servizio a loro dedicato, magari suddiviso per Istituto scolastico e “a chiamata” (per sua natura più capillare, più controllato e controllabile), e dotando le Regioni e i Comuni delle risorse necessarie – ed adeguate – per farlo.

Mi auguro che i 350 milioni promessi nella prossima legge di bilancio rappresentino solo un anticipo, rispetto ad una dotazione finanziaria che dovrà essere ben più consistente, se davvero vogliamo tentare di frenare la pandemia in maniera efficace, andando oltre alla banale – e ormai insopportabile – retorica dello “state a casa”.

Bonus 110% – I miei interventi in Commissione

La Commissione Anagrafe Tributaria si è occupata nell’ultimo periodo del bonus 110%, una delle pochissime misure che giudico positivamente rispetto agli interventi del Governo per fronteggiare Covid-19 e la relativa crisi economica. Ho fatto in merito due interventi cercando di dare un contributo migliorativo e costruttivo a tale misura.

Nel primo ho evidenziato tre aspetti principali:

  • Ampliare gli ambiti di applicazione
  • Semplificare le procedure per usufruirne
  • Aumentare gli importi minimi

Di seguito l’intervento integrale.

Il secondo è un intervento nel contesto dell’Audizione di Ingegneri e Geometri presso la Commissione.

Anche per questo, trovate qui l’intervento integrale.

Appendino non si ricandida, il centrodestra interpreti la voglia di cambiamento di Torino

Strano, se non addirittura emblematico, che un Sindaco non si ricandidi per un secondo mandato amministrativo. Era capitato a Bologna con Sergio Cofferati, ma in quel caso il PD corse ai ripari in extremis, evitandosi un secondo disastro elettorale, dopo la memorabile vittoria di Guazzaloca.
Nel caso di Chiara Appendino, invece, è lei che ha deciso con pochi intimi, ma con motivazioni troppo deboli per essere del tutto credibili. Perché mai non dovrebbe ricandidarsi se, come rivendica, ha amministrato Torino in modo tanto esemplare? Per via di una condanna risibile? Per noi garantisti del centrodestra non è una ragione sufficiente, così come non lo è neppure il rispetto del codice etico di un partito come il M5s, che di fatto esiste solo come aggregato di conventicole in libera uscita.
Posto che non è nella nostra cultura cestinare, per pregiudizio di parte, le esperienze di governo degli altri, anche per Appendino riteniamo che qualcosa di buono ci sia stato. Se non altro l’aver raccolto, dopo decenni monolitici di centrosinistra, quel bisogno di cambiamento dei torinesi, che però resta ancora in attesa di essere soddisfatto.
Aveva promesso di “ricucire una città ferita”, ma le ferite sono tuttora aperte e faticano a rimarginarsi. Anzi, tra centro e periferie, tra commercianti e assessori ZTL sempre e ovunque, tra automobilisti e ciclisti, le fratture sono aperte più che mai.
Niente di rilevante è stato fatto per costruire, sul tracciato dell’antica identità industriale subalpina, una nuova vocazione produttiva, capace di assorbire la disoccupazione e di creare nuove occasioni di lavoro (basteranno mica i 600 posti previsti per l’Istituto per Intelligenza Artificiale per arginare la perdita di posti di lavoro dovuti, ad esempio, alle sempre più frequenti chiusure di attività commerciali o le ricadute delle finali di tennis ATP per compensare la rinuncia alle Olimpiadi invernali?!). La città che i Cinque Stelle lasciano in eredità è indubbiamente diversa da quella che avevano ereditato, purtroppo però in negativo: più povera, più insicura, con meno abitanti, meno entrate e risorse, meno servizi, nessun rapporto costruttivo con il mondo del commercio e nessuna riorganizzazione della macchina comunale (il caos dell’anagrafe, lasciato in eredità da chi, paradossalmente, è andata a fare il Ministro dell’Innovazione, è addirittura sconcertante). E in aggiunta una Città metropolitana incapace di governare il territorio metropolitano.
Farsi giudicare dagli elettori, di fronte a questo panorama accidentato, è pericolosissimo. E allora meglio ritirarsi con una bella dichiarazione d’amore civico, per assecondare – in vista di futuri sviluppi personali – i disegni di Di Maio e del PD, in cerca di un ennesimo candidato salottiero.
Morale della favola: guai a quel centrodestra che si lasciasse scappare una simile occasione!

Per Torino serve una candidatura politica. Adesso

Torino, provincia di Milano? Mettendo per un attimo da parte l’orgoglio tipicamente sabaudo, dovrei dire: magari! La provocazione contenuta fin dal titolo di un libro che è certamente ben noto ai lettori di questa testata giornalistica, e non solo, torna prepotentemente di moda, specie oggi a pochi mesi dal rinnovo dell’Amministrazione comunale e del Sindaco della Città, nonché Metropolitano. Qualcuno, molto più autorevole del sottoscritto, proprio in questi giorni ha parlato di Torino come di una città “senza visione politica”. Altri – e penso al recente saggio di Bagnasco, Berta e Pichierri – si chiedono retoricamente chi abbia “fermato Torino”. Il tutto, mentre la città meneghina si conferma come unica vera metropoli del nostro Paese, con il suo dinamismo economico, culturale, sociale e la sua forza attrattiva che rischia di ampliare ulteriormente il divario con il nostro capoluogo.

Sintetizzando, secondo questi osservatori della politica cittadina servirebbe una visione per far ripartire Torino: un assunto del tutto condivisibile, perché la nostra è una città che, da modello nazionale, nel corso degli ultimi anni è scivolata via via in una spirale negativa, bloccandosi, ripiegandosi su se stessa ed arretrando in una crisi innanzitutto di identità, in uno smarrimento di obiettivi strategici, da cui non riesce a liberarsi con interventi decisivi e fondate ipotesi risolutive.

Si tratta, dunque, di mettere a fuoco una visione, articolata in programmi e soluzioni, che dovrà essere immaginata e spiegata nei mesi che ci separano dal turno amministrativo della prossima primavera, quando i torinesi dovranno individuare con il loro voto la squadra che avrà la responsabilità di guidare la città nel successivo quinquennio. E quando entreranno in gioco i partiti, le associazioni, i movimenti, i comitati che hanno animato e animano il dibattito cittadino, con le persone che tengono vive tutte queste organizzazioni.

Per il centrodestra, per i partiti della mia parte politica, a cominciare da Forza Italia, si tratta di un’occasione straordinaria per costruire un’offerta politica, in termini di squadra e di programma, finalmente in grado di competere per la guida del Comune e della Città metropolitana, configurandosi come l’alternativa di buon governo tanto al PD e agli altri partiti della sinistra, quanto alle sirene grilline: forze politiche queste ultime che, peraltro, sono in fase di avvicinamento anche a livello locale, con la concreta possibilità di un accordo su un candidato a sindaco proveniente dalla cosiddetta “società civile”.

Che fare, allora, per non sprecare questa occasione? Al di là delle facili ed ovvie suggestioni su questo o quel candidato civico o televisivo, suggestioni che si ripetono ormai da troppi mesi senza un’effettiva e tempestiva decisione in tal senso, come centrodestra torinese dobbiamo rispondere a ciò di cui vi è una vitale necessità soprattutto nell’epoca nuova purtroppo drammaticamente inaugurata dalla cosiddetta pandemia. La necessità, cioè, di politica, intesa in un senso non troppo alto da risultare astratta e tecnicistica, ma neppure così basso da rasentare la nullità e il vuoto di chi voleva aprire le Istituzioni come una “scatoletta di tonno” e si è ritrovato in un amen ad essere una casta e lontano anni luce dalle esigenze vere dei cittadini.

Ecco perché ritengo che, per affrontare le prossime elezioni torinesi da vincenti, noi si debba proporre alla Città un candidato o candidata a Sindaco, conosciuto e riconosciuto per il suo percorso nelle istituzioni locali e nazionali. Un candidato estratto dalla società civile, come un coniglietto dal cappello di un mago, oggi correrebbe infatti il rischio di porsi al di sotto delle aspettative persino della stessa società civile, per non dire dell’intera collettività, che invece segnalano un crescente bisogno di classe dirigente autentica e preparata, con esperienza di governo “sul campo”, in grado di sedere con autorevolezza a tutti i tavoli di rappresentanza dei legittimi interessi locali, così come di muoversi nelle piazze delle periferie e nella vasta provincia metropolitana.

Per queste ragioni sono convinto che ad una scelta tecnica, effettuata non si sa bene quando su un tavolo nazionale, si debba preferire una scelta politica, certamente immediata e auspicabilmente frutto di un accordo tutto “torinese”. Far politica oggi è difficilissimo, ma qualche cavallo di razza nei partiti del centrodestra c’è. E allora perché non metterlo subito in pista nella corsa che ha per traguardo Palazzo Civico? Occupiamocene, perché forse siamo ancora in tempo per evitare a Torino un destino non tanto di provincia, quanto di periferia di Milano.