ASL Piemontesi e Laboratorio di Emodinamica a Chivasso

Come ritengo corretto, la nuova Giunta di centrodestra guidata dal Presidente Cirio ha immediatamente deciso di entrate nel merito degli atti aziendali di ciascuna delle Aziende sanitarie piemontesi, con l’obiettivo di verificare puntualmente quanto stabilito dalla precedente Amministrazione regionale ad aprile scorso, poco prima dell’inizio della campagna elettorale. Ciò è avvenuto anche perché i piemontesi con il loro voto hanno richiesto discontinuità rispetto alla politica sanitaria di Chiamparino-Saitta, ma anche perché una nuova Giunta ha il dovere di approfondire ogni aspetto prima di prendere decisioni su una materia così delicata come la salute.

In questo quadro, sono certo che il nuovo laboratorio di Emodinamica presso l’ospedale di Chivasso troverà comunque una conferma da parte dell’Assessore Icardi, perché il nostro territorio, specie quello collinare, deve poter avere un servizio pubblico adeguato e in linea con quello delle altre zone del Piemonte, ed anche perché l’allestimento della sala con un angiografo di ultima generazione è propedeutico ad un’entrata in funzione in tempi brevi. Sono fermamente convinto che la popolazione di questo angolo di Piemonte meriti attenzione da parte della politica regionale e in tal senso sono impegnato.

Porta Canavese e Lunetta

Il Programma strategico degli interventi ferroviari della Regione Valle d’Aosta, approvato dal Consiglio regionale l’11 luglio scorso, contiene due notizie importanti per Chivasso: la prima, una richiesta forte di interconnessione del servizio ferroviario valdostano con la linea ad alta velocità Torino-Milano, con il sostegno al progetto “Porta Canavese-Monferrato” di un’Istituzione così autorevole; la seconda, un sostanziale abbandono del progetto della cosiddetta “lunetta” di Chivasso sulla linea storica Aosta-Ivrea-Torino. In particolare, nel testo approvato la scorsa settimana si sottolinea che, a fronte di un intervento a carico del bilancio dello Stato di ben 43 milioni di euro, il beneficio in termini di riduzione dei tempi di percorrenza dell’intera tratta da Aosta a Torino sarebbe di soli 4 minuti nel caso di bypass ferroviario a ovest di Chivasso, con tutti i problemi di natura amministrativa e urbanistica che conosciamo bene. Nel caso, invece, si ipotizzasse il passaggio a est, i tempi si ridurrebbero ancor meno, e cioè di 2 minuti. Insomma, sarebbe un investimento totalmente insostenibile dal punto di vista di una seria analisi dei costi e dei benefici. E, oggettivamente, privo di alcun senso, anche perché a dicembre di quest’anno entreranno in funzione su questa linea i treni bimodali, che ridurranno i tempi di fermata a Chivasso dagli attuali 12 a 4 minuti complessivi.
Incassate queste due buone notizie, si tratta ora di lavorare con la Regione Piemonte e, soprattutto, con RFI per fare in modo che investimenti importanti sulle linee ferroviarie siano finalizzati a renderle in grado di intercettare una platea di utilizzatori più vasta possibile, sia in termini di spostamenti di lavoro, sia in termini di sviluppo turistico: in questo senso, la stazione “Porta Canavese-Monferrato” costituisce una progettualità determinante.

Asti-Cuneo, che fine ha fatto la promessa di Conte di riavviare i lavori “entro l’estate”?

Fa un po’ specie dover tornare ad affrontare, per di più con un quesito a risposta immediata, un tema come il completamento dell’autostrada Asti-Cuneo, che avrebbe potuto e dovuto essere archiviato da anni. Anche perché la soluzione per la ripresa e la conclusione dei lavori, attesi ormai dal 2012, era stata concordata dal precedente Governo con l’Unione Europea, tramite un cross-financing che avrebbe consentito di reperire le risorse necessarie, pari a circa 350 milioni di euro.

Ma l’attuale Governo, con il Ministro delle Infrastrutture Toninelli, ha legittimamente scelto di bloccare quella procedura: peccato, tuttavia, che al di là delle generiche rassicurazioni su una ripresa dei lavori in tempi brevi, rassicurazioni prodotte sia in sede parlamentare, sia in dichiarazioni giornalistiche, ad oggi non si sia sbloccato alcunché e non si sia messo in campo un chiaro percorso alternativo. Non solo. Proprio in questi giorni la Commissaria UE per il mercato interno, l’industria, l’imprenditoria e le piccole e medie imprese Elzbieta Bienkowska ha ribadito come sia in corso “un dialogo costruttivo con le autorità italiane volto ad analizzare, sia dal punto di vista degli aiuti di Stato che degli appalti pubblici, le misure presentate dalle autorità italiane per il completamento dei lavori sull’autostrada Asti-Cuneo”, quando invece il Ministro Toninelli il 5 giugno scorso aveva garantito una modalità operativa diversa, e cioè che il Governo italiano potesse procedere senza dover attendere alcun placet da Bruxelles.

A nome di Forza Italia ho, quindi, affrontato nuovamente il tema in sede di Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici, chiedendo conto con un’interrogazione urgente dei tempi e dei prossimi sviluppi rispetto ad un cantiere fermo da troppi anni, con 9 chilometri di autostrada da Cherasco a Cuneo che rappresentano ormai davvero un miraggio.

La nostra regione non può tollerare ulteriori prese in giro, tra continui rimbalzi di responsabilità e rinvii: purtroppo per noi piemontesi il Sottosegretario Santangelo, nella sua risposta, non ha saputo chiarire questa incongruenza tra la posizione di Toninelli e quella di Bienkowska, tirando invece in ballo l’Autorità di Regolazione dei Trasporti che, a quanto dice, avrebbe avviato una non meglio specificata procedura finalizzata al riavvio dei lavori. Il tutto, ahinoi, senza dare alcun termine temporale né alcuna indicazione più precisa.

E dire che il 17 marzo scorso proprio il Presidente Conte, in visita presso il cantiere fermo della Asti-Cuneo, aveva garantito la ripresa dei lavori “entro l’estate”.

Bene, oggi è il primo giorno della stagione estiva: vigileremo affinché quell’impegno solenne di fronte ad un territorio stufo di attendere sia mantenuto e che l’ulteriore tempo perso dall’attuale Governo su questo dossier possa essere recuperato.

Sistema Tangenziale di Torino – Aggiornamenti

“Preciso che il MIT non ha in corso alcuno studio di fattibilità finalizzato alla pubblicizzazione di SATT”.

Bastano queste poche parole, pronunciate oggi in Commissione Ambiente, Territorio e Lavori Pubblici dal sottosegretario Matteo Dell’Orco (M5S) in risposta ad una mia interrogazione del novembre scorso, per certificare il fallimento dell’ipotesi di affidare ad un soggetto pubblico la concessione del sistema autostradale tangenziale torinese. Ipotesi, quest’ultima, di cui la Città Metropolitana di Torino si era fatta promotrice e in merito a cui, a mezzo stampa, aveva solennemente dichiarato che “lo studio è in corso”, dopo un incontro con il Ministero delle Infrastrutture avvenuto proprio in quel periodo.

L’11 dicembre 2017, cioè quasi un anno prima, la Città Metropolitana aveva in effetti approvato un ordine del giorno, finalizzato da un lato a valutare la pubblicizzazione del sistema tangenziale torinese, dall’altro a separare la concessione per la gestione del sistema tangenziale di Torino da quella per la A55 Torino-Piacenza.

Il Sottosegretario alle Infrastrutture e ai Trasporti Dell’Orco, collega di partito del Sindaco Metropolitano Chiara Appendino e del consigliere delegato ai Lavori pubblici e Infrastrutture Antonino Iaria, con la sua odierna risposta in Commissione ammette come l’ipotesi della pubblicizzazione non sia mai stata presa neanche in considerazione dal suo Ministero, mentre la separazione delle concessioni non sia attuabile alla luce delle indicazioni dell’Autorità di Regolazione dei Trasporti. Una doppia sconfessione per il Movimento 5 Stelle alla guida della Città Metropolitana di Torino, proprio ad opera dei suoi referenti al momento al governo del Paese.

Quanto, infine, alla concessione attualmente in essere, prendiamo atto della volontà di procedere con la pubblicazione del nuovo bando di gara per l’individuazione del concessionario di SATT, pur non avendo potuto conoscere tempi e modi previsti, stante la fumosità e la vaghezza della risposta del Sottosegretario Dell’Orco su questo punto.

Lo dichiara in una nota Carlo Giacometto, deputato piemontese di Forza Italia, componente della VIII Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei Deputati.

Piccole soddisfazioni di un militante della prima ora

Nei giorni scorsi ho analizzato il voto di preferenza al Presidente Berlusconi in ciascuno dei collegi della Camera dei Deputati in cui è suddiviso il territorio piemontese.

Ebbene, con grande soddisfazione, ho verificato che il collegio n. 7 di Piemonte 1, quello cioè in cui sono stato eletto nel 2018, risulta il migliore in assoluto in termini di preferenze ottenute da Berlusconi: 2582, a fronte di una media provinciale per collegio pari a circa 2260 e una media regionale per collegio pari a circa 2300.

Evidentemente, essermene occupato ha portato un piccolo ma significativo risultato: da militante, che dopo tanta gavetta è approdato nella serie A della politica, non posso che esprimere grande soddisfazione, oltre che un sentimento di gratitudine verso le tante persone che mi hanno supportato anche in questa occasione.

Insomma, i numeri parlano (sempre) chiaro, mentre le chiacchiere stanno a zero.

Radio Radicale, il mio intervento in Aula nel corso della maratona oratoria per scongiurare la sua chiusura

Grazie Presidente,

mi fa decisamente effetto intervenire proprio nella giornata odierna per sostenere le ragioni di Radio Radicale e del servizio pubblico che ha svolto ininterrottamente dalla fine del 1975 ad oggi, nel giorno in cui ci ha lasciati la sua storica voce.

Non ho, infatti, avuto il privilegio, come i colleghi Polverini e Giachetti, di conoscere personalmente Massimo Bordin. Ho però avuto, come tutti credo qui, la fortuna di ascoltare la sua rassegna stampa e di conoscere il suo lavoro, apprezzandone la professionalità, la competenza, l’intelligenza, la cultura, l’ironia, l’amore per la democrazia e per le libertà.

Con la sua scomparsa (per la quale porgo le mie sincere condoglianze ai famigliari e alla comunità di Radio Radicale, unendomi ai colleghi che sono intervenuti all’inizio della seduta pomeridiana, ndr) viene a mancare il punto di riferimento, l’asse portante dell’intera storia di Radio Radicale, con il suo sguardo in assoluto più attento, più forte, anche più critico.

Per ribadire ancora una volta, prendendo parte alla maratona oratoria del mio gruppo parlamentare, la nostra avversione – appunto – “più radicale” alla fine delle sue trasmissioni, vorrei contribuire a smontare due fake news.

La prima: Radio Radicale non è una semplice emittente, ma una testata giornalistica, che svolge “attività di informazione di interesse generale”, come riconosciuto dal Governo in occasione della gara del 1994 per la concessione del servizio di trasmissione delle sedute parlamentari.

La seconda: la convenzione che regola il rapporto tra la radio e il Ministero non è piovuta dal cielo, ma a seguito – appunto – di una gara triennale per tale servizio pubblico, messa in atto dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni nel 1994, la cui efficacia è stata poi prorogata di anno in anno, nonostante l’emittente stessa abbia più volte richiesto l’organizzazione di una nuova gara, con un orizzonte temporale meno precario, che consentisse – dunque – di programmare anche i necessari investimenti.

Radio Radicale rappresenta, da più di quarant’anni, l’informazione trasparente, la voce libera, un impareggiabile esempio di servizio pubblico, garantito e accessibile per tutti grazie alla passione e all’impegno di una comunità che vedeva, che vede in Massimo Bordin la sua punta più avanzata.

Mancano solo 33 giorni alla fine delle sue trasmissioni: Di Maio, che con le sue scelte di politica economica ha già condannato l’Italia a spendere 11 miliardi di euro in più di risorse pubbliche, cioè dei contribuenti, per far fronte ai maggiori interessi sul debito pubblico di qui al 2021 (fonte: Banca d’Italia), trovi il tempo di rispondere al nostro appello e, soprattutto, le risorse necessarie per salvaguardare una storia fondamentale, che coincide con l’Italia contemporanea, essendone testimone e custode dei suoi momenti cruciali.

La tassazione immobiliare in Italia. I dati ci confermano l’urgenza di una riforma per rilanciare il settore

Nel corso della riunione di mercoledì scorso della Commissione bicamerale di vigilanza sull’anagrafe tributaria si è svolta la prima audizione nell’ambito dell’indagine conoscitiva che abbiamo voluto finalizzare alle proposte di riforma della fiscalità immobiliare. L’obiettivo di fondo che ci siamo dati è quello di formulare proposte e politiche per il rilancio del settore, secondo i principi di equità e semplificazione.

Protagonista di questo primo appuntamento, il Direttore dell’Agenzia delle Entrate dott. Antonino Maggiore, che ha svolto una relazione molto dettagliata e ricca di aspetti di rilievo per il decisore politico.

A partire dal dato più importante e su cui, a mio giudizio, è opportuno svolgere qualche considerazione: quello, cioè, relativo al carico fiscale sul patrimonio immobiliare degli italiani e sulla modalità con cui si origina.

Nel 2018, infatti, la tassazione sugli immobili in Italia si è attestata complessivamente intorno ai 40 miliardi di euro. Un numero, già di per sè, da cui si intuisce quali siano le cause della crisi del settore edilizio in quest’ultimo decennio, ovvero il periodo in cui quel numero è cresciuto in maniera più sensibile.

Ma è la composizione dei 40 miliardi complessivi annui che ci fornisce le informazioni più interessanti: poco più del 20% di quella cifra è frutto delle imposte sui redditi delle persone fisiche e delle imprese (IRPEF e IRES), trattandosi di proventi che i proprietari sommano al loro reddito annuale. Per costoro, il carico fiscale è intorno agli 8 miliardi. 

Quelle, poi, sui trasferimenti e sulle locazioni – ovvero IVA, imposte di registro, ipotecarie e catastali, sulle successioni e donazioni, imposte di bollo – valgono 12 miliardi annui, il 30% del totale.

Infine, le imposte di natura prettamente patrimoniale, ovvero IMU e TASI, sfiorano il 50%, per un totale di circa 20 miliardi annui che entrano nei bilanci dei Comuni.

Bastano questi quattro numeri – 40, 8, 12, 20 – per comprendere le cause della crisi del mercato immobiliare in Italia: una tassazione eccessivamente onerosa, che pesa per metà su patrimoni immobiliari che, spesso, non costituiscono per i proprietari fonte di reddito ma, al contrario, generano soltanto spese impreviste. E per una parte molto importante sulle compravendite immobiliari.

Si tratta, dunque, di un prelievo fiscale eccessivo, che sottrae risorse alla disponibilità dei cittadini e, quindi, ai consumi interni. Un prelievo fiscale che raggiunge la cifra record di 40 miliardi annui, che deve essere quantomeno rimodulato nella sua composizione, alleggerendo e spostando il carico dai patrimoni e dai trasferimenti ai maggiori redditi che, con la sua valorizzazione, si possono generare.

Sull’autonomia è il caso di rilanciare

Sul percorso avviato da alcune Regioni – Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna, in primis – sulla cosiddetta autonomia differenziata è necessario in via preliminare illustrare la cornice entro la quale si sta svolgendo la trattativa con il Ministero per gli Affari regionali.

Sono due le principali obiezioni da parte di quelli che potremmo definire i difensori dello status quo: per costoro, la riforma condannerà le Regioni del Meridione d’Italia ad essere ulteriormente svantaggiate, poiché in termini di residuo fiscale (la differenza tra le spese che lo Stato destina ad un determinato territorio e il gettito fiscale generato dalle tasse dei contribuenti di quello stesso territorio) sarebbe matematico che qualche Regione possa guadagnarci e qualche altra perderci; in più, verrebbe meno la coesione nazionale, con tanti piccoli staterelli in cui i servizi resi ai cittadini sarebbero di maggiore o minore qualità, efficacia ed efficienza.

Sulla prima obiezione, è sufficiente dire che lo Stato continuerà a dare a ciascuna Regione per lo svolgimento di una determinata nuova competenza (ai sensi dell’articolo 116, comma 3, della Costituzione) le medesime risorse che lo Stato impiega già oggi per quella stessa competenza. Nè un euro in più, né un euro in meno. Starà poi ad ogni singola Regione impiegare al meglio quelle risorse: insomma, un primo passo in avanti in termini di responsabilità politica dei governatori e delle loro maggioranze.

In merito, invece, alla supposta proliferazione di piccoli Stati, ciascuno con le proprie eccellenze o le proprie criticità, beh, credo che si tratti semplicemente di osservare la realtà per verificare come, ad esempio sulla Sanità (che è la prima fonte di spesa per le Regioni) vi siano già oggi differenze notevoli fra le Regioni, cosa che dovrebbe stimolare una competizione positiva tra i territori.

Poiché, tuttavia, credo che il nostro compito non sia quello di difendere lo situazione odierna, ma al contrario di dare ulteriore impulso alla legittima richiesta di autonomia delle Regioni, sarebbe il caso di alzare la posta, introducendo tre elementi nel dibattito. 

In primo luogo, una riforma dello Stato in senso presidenziale, con l’elezione diretta del Presidente della Repubblica, da affiancarsi al maggiore grado di autonomia dei singoli territori; quindi, il tema finora mai considerato (neppure nel dibattito sul cosiddetto reddito di cittadinanza, ndr) del diverso costo della vita tra le Regioni ed entro le Regioni; infine, ma non meno importante, un vero federalismo fiscale, e cioè un’autentica autonomia, anche impositiva, per le Amministrazioni regionali, con la conseguente responsabilità politica (vedo, pago, voto) di chi le governa.

Ecco, credo che queste siano alcune delle riflessioni da offrire al dibattito di questi giorni sull’autonomia differenziata.

PIL, la realtà è che siamo in recessione. Le chiacchiere e la propaganda stanno a zero

Sembra una barzelletta, ma – purtroppo per l’Italia – non lo è. E’ la realtà, nuda e cruda. E, soprattutto, non c’è niente da ridere.

Da un lato, infatti, qualche giorno fa ci siamo dovuti sorbire le roboanti dichiarazioni del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico Luigi Di Maio circa un’imminente (quanto fantomatico) boom economico. Dall’altro lato, invece, proprio oggi dobbiamo prendere atto della certificazione da parte dell’Istat di come il nostro Paese sia entrato in recessione. 

Insomma, sogni e sparate contro numeri e indicatori. I primi, buoni per la propaganda in vista delle elezioni europee del maggio prossimo, quindi enfatizzati su tutti i canali di comunicazione; i secondi, sottaciuti e relegati al rango di “numeretti”.

Sarebbe certamente una forzatura attribuire tutte le responsabilità del crollo del PIL nel quarto trimestre 2018 all’attuale Governo, stante una situazione internazionale, e specificamente europea, tornata incerta. Tuttavia, dopo otto mesi di vita dell’esecutivo Conte, l’agenda economica del cosiddetto “cambiamento” non ha avuto alcun effetto positivo, anzi.

L’Italia era il fanalino di coda durante i Governi Renzi e Gentiloni in termini di crescita fra i paesi UE, e lì è rimasta, pur ricorrendo a maggiore deficit per coprire, dal 2019 in avanti, spese correnti e non spese di investimento, se non in piccolissima parte (ad esempio, l’intervento, che personalmente ritengo positivo, a favore dei Comuni sotto i 20.000 abitanti).

Lo stesso Ufficio Parlamentare di Bilancio ci ha ricordato anche ieri che l’impatto della legge di bilancio sulla crescita sarà irrilevante, aprendo la strada al rischio di una manovra correttiva già nel corso di quest’anno fatta di tagli ai servizi, come ad esempio la sanità, e di interventi di natura fiscale, e cioè l’introduzione di un’ulteriore patrimoniale sugli immobili e addirittura sulla ricchezza mobiliare degli italiani. 

Il tutto, con la spada di Damocle dell’aumento dell’IVA, che scatterà in maniera automatica dal 1° gennaio 2020 e che falcidierà i consumi interni, oltre a determinare un crollo del gettito.

Insomma, il Governo Conte la smetta con la propaganda sulla pelle degli italiani al solo fine di acquisire tempo e consenso in vista delle prossime elezioni, prenda atto della realtà e dei cosiddetti “numeretti”, e stravolga completamente la propria agenda economica, utilizzando le poche risorse disponibili per finanziare le opere pubbliche, grandi e piccole, per tagliare le tasse alle famiglie e per ridurre il cuneo fiscale alle imprese. 

Solo così il sistema produttivo italiano potrà tornare ad offrire opportunità di occupazione, sia per chi si affaccia per la prima volta nel mondo del lavoro, sia per chi vuole rientrarci e non considera dignitoso dover combattere per ottenere interventi di natura assistenziale – che certamente non sono né universali, né risolutivi – come il fantomatico reddito di cittadinanza.