Dal Governo Monti in poi, in Italia è crollato il mercato immobiliare, mentre le tasse patrimoniali sono salite alle stelle. E viceversa

Secondo Confedilizia, la perdita di valore delle abitazioni degli italiani dal 2011 ad oggi è arrivata alla cifra-monstre di 1300 miliardi di euro. A fronte di ciò, la sola tassazione sul patrimonio, e ciòè IMU e TASI, è salita fino a 21 miliardi annui, senza considerare le imposte sul reddito e di registro, che generano un gettito di pari entità: insomma, una patrimoniale-salasso che ha contribuito in maniera determinante al crollo del mercato immobiliare.

Mi trovo, dunque, pienamente d’accordo con il Presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, quando boccia senza mezzi termini l’ipotesi di accorpamento di IMU e TASI che il Governo giallorosso ha inserito nella manovra di bilancio per il prossimo triennio. Intanto perché si prevede un aumento dell’aliquota di base, che passa dal 4 al 5 per mille per le abitazioni principali e dal 7,6 all’8,6 per mille per gli altri immobili; poi, perché scompare qualsiasi collegamento con i servizi pubblici resi dai Comuni, scaricando sui proprietari l’intera copertura dei relativi costi; quindi, perché addirittura viene concessa un’aliquota massima più alta, pari all’11,4 per mille rispetto al 10,6 per mille, a circa 300 Comuni italiani, fra cui Roma e Milano, introducendo un palese vizio costituzionale; infine, perché non vi è alcun intervento a favore dei proprietari di quegli immobili sfitti da tempo per assenza di inquilini o di acquirenti e oggi gravati da tasse e costi di mantenimento sempre più insostenibili.

Insomma, il governo delle quattro sinistre, in assoluta continuità con i governi che da Monti in poi hanno reso sempre più gravoso il carico fiscale sul patrimonio immobiliare, continua a considerare la casa degli italiani come il proprio bancomat, senza prevedere shock positivi in grado di far finalmente ripartire il mercato”.

Ich bin ein Berliner

Per ventisei lunghi anni un muro ha diviso una città nel cuore dell’Europa, ha raccontato di due diverse idee del mondo, ma soprattutto ha separato storie familiari e personali.

Trent’anni fa, oggi, cadeva il Muro di Berlino.

Da un lato, spinto giù da una grande forza popolare; dall’altro, grazie ad una una coraggiosa volontà politica dell’Occidente, che giocò da protagonista una partita in cui in ballo c’erano la libertà e le speranze dei suoi cittadini e cittadine.

Oggi festeggiamo una vittoria di quella libertà e di quella speranza.

Ma ricordiamo anche un momento che – forse più di qualunque altro! – segnò la differenza, politica e sostanziale, tra un’Europa saldamente inserita nell’Atlantismo e un’altra,
piegata alla dottrina comunista e sotto l’influenza dell’Unione Sovietica.

La prima, fortemente radicata sull’uomo al centro della società, la seconda sul totalitarismo.

Non ho alcun dubbio sul fatto che si sia fatta la scelta più giusta, che oggi con forza dobbiamo rivendicare e difendere. 

 

Governo giallorosso, una manovra economica all’insegna di ulteriori tasse, sanzioni, adempimenti

Una manovra senza futuro, all’insegna di un inasprimento di quella che ormai è diventata una vera e propria oppressione fiscale nei confronti dei contribuenti italiani. E che non offre alcuna prospettiva in termini di crescita della nostra economia. 

Si caratterizza così la prima sessione di bilancio del governo giallorosso delle quattro sinistre, con provvedimenti ispirati da un’attitudine sanzionatoria e da una ricerca spasmodica di nuove fonti di gettito.
Si pensi, ad esempio, alla scelta di diminuire il limite all’utilizzo dei contanti, senza al contempo prevedere incentivi e agevolazioni per i pagamenti elettronici: un regalo per chi potrà incamerare maggiori commissioni sulle transazioni e l’ennesimo balzello per i consumatori. 
Oppure, come non ha mancato di sottolineare Confedilizia, la proposta, per noi irricevibile, di aumentare l’aliquota della cedolare secca sugli affitti abitativi a canone calmierato, dall’attuale 10% al 12,5%: ciò determinerebbe una clamorosa inversione di tendenza rispetto ad una misura che ha consentito di ridurre drasticamente l’evasione fiscale nel mercato delle locazioni, generando maggior gettito con una tassazione “piatta”. Misura che, al contrario, dovrebbe essere estesa e resa strutturale anche per le locazioni commerciali.
Insomma, si tratta di una manovra di bilancio orientata esclusivamente a reperire nuove risorse per continuare ad alimentare spesa corrente improduttiva come il cosiddetto reddito di cittadinanza, senza una strategia per una riduzione complessiva della tassazione a carico dei contribuenti.

Il mio intervento alla Camera nel corso della discussione generale su Rendiconto 2018 e Assestamento 2019 (testo + video)

Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo,

nel corso della seduta odierna siamo chiamati a discutere di due documenti fondamentali per il bilancio pubblico del nostro Paese, a pochi giorni dalla presentazione al Parlamento da parte del nuovo governo “giallorosso” della nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, ovvero la base programmatica per la legge di bilancio 2020-2022 (che a sua volta, è da inviare alle Camere entro il 20 ottobre prossimo): si tratta di due documenti di finanza pubblica che ci consentono – in primo luogo con il rendiconto generale dello Stato per l’anno finanziario 2018 – di definire il risultato della gestione finanziaria di un anno, cosiddetto, elettorale, in cui per cinque mesi il Governo è stato presieduto dall’attuale commissario europeo on. Paolo Gentiloni con una maggioranza di centrosinistra e per i successivi sette mesi dal Presidente prof. Giuseppe Conte, con la sua ormai ex maggioranza “gialloverde”; e, in secondo luogo, con l’istituto dell’assestamento dell’anno finanziario in corso, di evidenziare un aggiornamento, a metà esercizio 2019, degli stanziamenti di bilancio, anche sulla scorta della consistenza dei residui attivi e passivi accertati in sede di rendiconto dell’esercizio precedente. Assestamento che, ricordo, è completamente frutto dell’attività del governo Conte I, anche se per paradosso, verrà approvato da quest’Aula (a differenza di quanto è avvenuto in Senato nel luglio scorso) da una maggioranza parlamentare radicalmente diversa: quella, appunto, che attualmente sostiene il Governo giallorosso, il Conte BIS.

Il disegno di legge di approvazione del rendiconto ha carattere formale e risulta sostanzialmente inemendabile. Questo provvedimento, infatti, la cui iniziativa è riservata al Governo ai sensi dell’articolo 81, quarto comma, della Costituzione, evidenzia le risultanze contabili della gestione amministrativa delle risorse di competenza statale.

Il Parlamento, pertanto, è chiamato ad esprimere una valutazione complessiva senza poter modificare il contenuto dell’atto. Valutazione complessiva che, spesso, non trova la giusta attenzione da parte dell’opinione pubblica ma che contiene in sé alcuni indicatori che meritano, al contrario, di essere sottolineati, anche in funzione delle scelte future nell’impiego delle risorse pubbliche (che poi altro non sono che le risorse dei cittadini-contibuenti).

Fra gli indicatori da evidenziare in questa sede vi è l’avanzo della gestione di competenza, pari a quasi 24 miliardi di euro, che segna un miglioramento dei saldi rispetto alle previsioni contenute nell’Assestamento 2018.  Le operazioni complessive di bilancio danno luogo a 840.677 milioni di accertamenti di entrate e 816.702 milioni di impegni di spesa, generando un avanzo complessivo di 23.975 milioni, pari a 26.036 milioni al netto delle regolazioni contabili.

Si registra, tuttavia, un peggioramento del risparmio pubblico (saldo delle operazioni correnti), che passa dai 31,6 miliardi di euro registrati nel 2017 ad un valore di 27,4 miliardi (corrispondente all’1,6 per cento del PIL), con una riduzione di circa 4,2 miliardi rispetto al 2017. Tale situazione è determinata dal maggior incremento delle spese correnti (+13 miliardi) rispetto al complesso delle entrate tributarie ed extra-tributarie (+8,9 miliardi).

Per quanto riguarda il debito pubblico, a fine 2018 era pari a 2.321,957 miliardi di euro (132,2% del Pil), in aumento di 52,947 miliardi di euro rispetto ai 2.269,01 del 2017 (131,4% del Pil), con un incremento del rapporto debito/Pil dello 0,8%. Si tratta di una inversione di tendenza rispetto alla progressiva (sebbene contenuta) riduzione degli anni precedenti. E già questo sarebbe un indicatore che dovrebbe metterci in allarme. Se poi, invece, dovessimo fare riferimento – come ci suggerisce Bankitalia – alle nuove metodologie dell’Eurostat nel ricomputare i debiti pubblici sovrani, con il trasferimento contabile nel perimetro del debito pubblico italiano dei buoni fruttiferi postali emessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, il dato drammatico per il 2018 sarebbe per l’Italia pari al 134,8% del PIL, in sostanza circa 58 miliardi in più.

Per quanto riguarda, infine, il totale delle spese di parte corrente e di quelle in conto capitale, se da un lato assistiamo ad una lieve riduzione complessiva, pari allo 0,1 per cento, rispetto al 2017, passando da 612,1 miliardi di euro del 2017 a 611,6 miliardi di euro del 2018, dall’altro lato non possiamo non sottolineare come la spesa di parte corrente abbia generato impegni per circa 562 miliardi di euro, in aumento (+13,1 miliardi) rispetto al 2017, mentre gli impegni di spesa in conto capitale abbiano registrato una riduzione, di circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2017, scendendo da 63,2 miliardi a 49,6 miliardi (-21,5 per cento circa).

Insomma, la spesa complessiva è rimasta pressoché invariata (alla faccia di tutti i proclami in fatto di revisione della spesa pubblica), ma in compenso ad una spesa “buona”, quella per gli investimenti che generano sviluppo, è stata preferita, sia dal Governo Gentiloni, sia dal Governo Conte I, la spesa corrente, dispersa in mille rivoli o, peggio, nelle promesse propagandistiche insostenibili.

Se, come si è detto, il rendiconto è una sorta di fotografia di un esercizio finanziario annuale, ed è sostanzialmente non modificabile, diverso è discorso che si può fare per la legge di assestamento, che interviene a metà anno per aggiornare l’equilibrio dei conti pubblici.

Al di là del tema, certamente positivo, dello “scampato pericolo” rispetto ad una procedura di infrazione per deficit (e debito) eccessivo che avrebbe ulteriormente minato la situazione dei nostri conti pubblici, tema su cui tornerò fra poco, ritengo importante sottolineare preliminarmente le direzioni lungo le quali la delegazione di Forza Italia in Commissione Bilancio guidata dall’on. Andrea Mandelli ha presentato le proprie proposte emendative al disegno di legge in esame, attraverso l’impiego di maggiori risorse per:

  • stimolare la competitività e lo sviluppo delle imprese con interventi di sostegno tramite la leva della fiscalità, secondo la ben nota equazione secondo cui meno tasse alle imprese che investono generano più sviluppo e, quindi, più lavoro;
  • sostenere concretamente, e non con interventi spot, le politiche sociali e gli interventi in favore della famiglia, coerentemente con quanto già proposto da Forza Italia in occasione della discussione del Decreto cosiddetto “Crescita”: parliamo di IVA agevolata sui prodotti per l’infanzia (pannolini, latte in polvere e liquido, latte speciale o vegetale per soggetti allergici, intolleranti, omogeneizzati e prodotti alimentari, strumenti per l’allattamento, prodotti per l’igiene, carrozzine, passeggini, culle, lettini, seggiolini per automobili) e sulla detrazione di un importo pari al 20% per l’acquisto di prodotti alimentari e non alimentari destinanti ai lattanti di età inferiori a dodici mesi.
  • rafforzare il comparto sicurezza, aumentando la dotazione organica e finanziaria dell’Arma dei carabinieri e della Polizia di Stato per la tutela dell’ordine pubblico, perché la sicurezza dei cittadini è un diritto che deve essere tutelato e le forze dell’ordine devono essere messe in condizione di operare al meglio;
  • adeguare la dotazione finanziaria del fondo finalizzato a sostenere i progetti di fusione dei Comuni, un tema che ci sta particolarmente a cuore – come dimostrano gli atti di sindacato ispettivo proposti nelle settimane scorse dai colleghi Alessandro Cattaneo e Stefano Mugnai e le prese di posizione del collega piemontese Roberto Pella, anche nel suo ruolo di vicario dell’Associazione Nazionale Comuni d’Italia – un tema che sta particolarmente a cuore a chi, come il sottoscritto proviene da una Regione, il Piemonte, che conta quasi 1200 Comuni e che negli ultimi tempi ha visto concretizzarsi qualche progetto di fusione tra piccoli Comuni, proprio sulla base di quei trasferimenti promessi dall’autorità statale che, invece, nel 2019 sono stati tagliati mediamente del 40 per cento. Con il nostro emendamento, ripresentato in Aula a prima firma della Presidente Gelmini chiediamo, dunque, di adeguare l’entità di tali trasferimenti, per una cifra pari a circa 31 milioni di euro, per evitare di bloccare processi virtuosi già avviati e di rompere un patto con piccole comunità locali che, attraverso un processo virtuoso, dal basso, con il coinvolgimento della popolazione tramite l’istituto del referendum, hanno accettato la sfida di rendere più efficiente il livello di governo locale, cercando di migliorare i servizi pubblici attraverso le economie di scala che una struttura di dimensioni maggiori potrebbe garantire. Per il 2019, stiamo parlando di 166 Amministrazioni comunali in Italia, che hanno istituito 67 Enti a seguito di fusione e che, per effetto dei contributi erogati “una tantum” dal Ministero dell’Interno per le spese di investimento, in alcuni casi hanno paradossalmente aggiunto al danno della riduzione dei trasferimenti rispetto alla ripartizione del 2018, la beffa di avere meno risorse a disposizione, non potendo “sommare” i contributi che sarebbero spettati ai Comuni originari, prima appunto delle varie fusioni. Con il nostro emendamento, dunque, ci auguriamo, che il fondo, che oggi ha una disponibilità pari a circa 46,5 milioni di euro, venga adeguato per venire incontro alle giuste sollecitazioni delle amministrazioni locali e dell’ANCI.

Più in generale, invece, per quanto riguarda l’assestamento 2019, possiamo affermare che si tratta di un documento “ispirato”, anzi, “dettato” dall’Unione Europea, con buona pace dei contraenti del precedente accordo di Governo.

Forza Italia ha ovviamente visto con favore la conversione in legge del decreto-legge n. 61 del 2 luglio scorso, perché prevedeva importanti risparmi di spesa corrente, pari a circa 1,5 miliardi di euro, in merito ai provvedimenti-bandiera del governo gialloverde, a cominciare dal reddito di cittadinanza.

L’assestamento, pari a 6,1 miliardi, in questo caso completa la manovra di allora: l’entità complessiva (7,6 miliardi) della correzione del deficit per l’anno in corso fa sì che l’Italia rientri nei parametri del debito (2,1%) e non si sia aperta la procedura d’infrazione. Averla scongiurata è certamente un fatto positivo. Resta però un dato: il faro dell’Unione europea è costantemente acceso sui nostri conti pubblici e, quel che più conta, sulla sostenibilità del nostro debito.

Ciò significa che l’attuale – e di segno politicamente opposto, rispetto alla precedenza – maggioranza parlamentare nel DEF dovrà affrontare, riducendo il tendenziale del deficit, il disinnesco per circa 23 miliardi delle clausole di salvaguardia dell’IVA, le mancate privatizzazioni per circa 18 miliardi, tutte le misure spot che sono contenute nei 29 punti programmatici dell’accordo fra PD e M5S.

La fantasia non vi manca, e il florilegio di nuove tasse e balzelli che autorevoli esponenti dell’attuale Governo hanno ideato solo nell’ultima settimana è lì a dimostrarlo. Dalle merendine, ai voli aerei, alle accise sul diesel, alle tasse sui prelievi al bancomat, è tutto un tentativo di rastrellare risorse per finanziare spesa corrente e, per definizione, improduttiva in termini di sviluppo.

Noi di Forza Italia, ieri come oggi, abbiamo un’altra impostazione, e crediamo che le risorse pubbliche (che, lo ripeto, sono le risorse dei cittadini-contribuenti) debbano essere impiegate per gli investimenti e per il taglio delle tasse a famiglie e imprese.

Riteniamo sia, questo, l’unico modo per invertire una rotta che, secondo l’Ocse, ci vedrà caratterizzati da una crescita del PIL vicina allo zero sia nel 2019, sia nel 2020; un trend che certamente è condizionato da una situazione economica mondiale molto difficile e dai segnali di incertezza e di sfiducia in tutta l’area dell’euro; ma che certamente sconta la bassa produttività del nostro sistema-paese, il deficit infrastrutturale, le troppe tasse e una burocrazia ottusa ed eccessiva: sono questi i nodi da affrontare in via prioritaria, non altri!

Grazie

 

 

Correggere le storture del cosiddetto “taglio” dei vitalizi. Sarà, forse, impopolare, ma chissenefrega: è semplicemente giusto

Fra gli effetti indotti dal cosiddetto “taglio” dei vitalizi – in realtà il ricalcolo di quell’istituto e la sua trasformazione, di fatto, in una pensione contributiva, attraverso il metodo della capitalizzazione – votato nel corso dell’ultima seduta del Consiglio regionale del Piemonte, vi è una palese stortura (vorrei dire violazione costituzionale, ma mi occupo di numeri e mi spiacerebbe passare per un apprendista stregone della giurisprudenza, ndr), che si aggiunge alla retroattività della norma in questione, elemento che già di per sé meriterebbe un commento a parte e che potrebbe aprire il varco alla messa in discussione di tutti i diritti acquisiti dai cittadini italiani.

Tale ulteriore effetto indotto è frutto di una Legge votata dal Consiglio regionale del Piemonte nel dicembre 2011: in particolare dell’articolo 5 bis della Legge Regionale 25.

Con quella norma, infatti, in Piemonte venne disposta la sospensione dall’erogazione del vitalizio per chi si trovasse a subire una condanna definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione.

Ciò ha una conseguenza paradossale: se, a titolo di esempio, un alto dirigente della PA – già in quiescenza – venisse condannato in via definitiva per un reato, appunto, contro la PA continuerebbe a percepire la sua pensione (giustamente, secondo me, avendo comunque versato per n anni i contributi sul proprio stipendio secondo la legislazione vigente), mentre nel caso di un “politico”, quantomeno qui da noi, la nostra Legge regionale gliene sospenderebbe l’erogazione.

A tal proposito, ricordo che oggi in Italia, per effetto della Legge Fornero (e delle successive modificazioni), le uniche motivazioni per la sospensione dell’erogazione di pensioni i cui titolari siano stati condannati in via definitiva sono per i seguenti articoli del codice penale: 270 bis (associazioni terroristiche), 280 (attentato con finalità terroristiche), 289 bis (sequestro di persona a scopo terroristico o eversivo), 416 bis (associazione mafiosa), 416 ter (scambio elettorale politico-mafioso), 422 (strage).

Insomma, la legge è uguale per tutti, ma per chi ha dedicato molti anni alla vita pubblica del nostro Paese e della nostra Regione è meno uguale. C’entrerà forse il fatto che si tratta di poche decine di persone, con scarsissimo peso elettorale?

A me pare incomprensibile e inaccettabile che ciò stia avvenendo nel nostro Piemonte, una terra che si è sempre caratterizzata per la sua tradizione liberale e la sua cultura garantista.

Su Porta Canavese-Monferrato il PD non dia lezioni. Piuttosto, se ne occupi (finalmente)

Se davvero gli esponenti del PD che polemizzano con il neo Assessore Gabusi credono nella realizzazione di una stazione AV a Chivasso, la cui utilità per ridare centralità al nostro territorio è indubbia dal mio punto di vista, dovrebbero innanzitutto ricordare che, nei cinque anni scorsi in cui il loro partito ha governato la Regione, passi in avanti non ne sono stati fatti: l’ex Assessore Balocco, infatti, ha impiegato solo l’ultima parte della legislatura per produrre uno studio che non ha aggiunto alcunché al dibattito, sprecando ulteriore tempo. Non voglio, tuttavia, cavarmela con una polemica a buon mercato: ecco perché continuerò a evidenziare al Governo Regionale guidato dal Presidente Cirio il carattere strategico del progetto Porta Canavese-Monferrato, in continuità con quanto ho già fatto fin dal suo insediamento.
Non senza ricordare, tuttavia, che ad una sana azione di lobby territoriale della nostra Regione, insieme a quanto già espresso, tra gli altri, dalla Regione Autonoma della Valle d’Aosta, dalla Città Metropolitana di Torino, da un centinaio di Amministrazioni comunali del nostro territorio e da Confindustria Canavese, deve corrispondere un impegno concreto da parte del Governo e del Ministero dei Trasporti, che sono i soggetti titolati a prendere la decisione finale e a finanziare l’opera. Poiché il nuovo Ministro, l’onorevole Paola De Micheli, è un’autorevole esponente del PD, penso che i suoi colleghi a livello locale possano abbandonare il terreno della polemica fine a se stessa e impegnarsi in un lavoro costruttivo per il nostro territorio.

Furti a Chivasso, garantire il diritto alla sicurezza

Dopo aver ricevuto da un amministratore di lungo corso come Massimo Giovannini la segnalazione di quanto è avvenuto la scorsa settimana a Castelrosso, ho immediatamente contattato il comandante della Compagnia dei Carabinieri di Chivasso, il capitano Luca Giacolla, per confrontarmi con lui sulla vicenda e, più in generale, sul tema della sicurezza nel nostro territorio.
Mi ha confermato di aver già disposto un’intensificazione dei controlli, a cominciare dalla frazioni chivassesi, dimostrando la consueta attenzione al problema.
Spiace, tuttavia, dover constatare come le 41 telecamere del servizio di videosorveglianza, acquistate e installate dal Comune di Chivasso nel biennio 2016/2017, risultino ancora oggi inattive: se fossero in funzione, infatti, potrebbero già costituire un buon deterrente nei confronti di ladri e malviventi.
E dire che tale progettualità era uno dei punti del programma di mandato dell’attuale Amministrazione comunale di centrosinistra, insieme al potenziamento dell’illuminazione pubblica!
Resta comunque il fatto che a giugno scorso il sindaco ha promesso l’attivazione di quelle telecamere “entro fine anno”: speriamo che questo impegno venga quantomeno rispettato o, magari, anticipato nei tempi.
La sicurezza è un diritto dei cittadini: dobbiamo pertanto mettere in campo ogni sforzo per non assistere, ancora una volta impotenti, ad un escalation di furti nelle nostre abitazioni.

Noi possiamo dirlo: mai con Di Maio e con il governo delle tre sinistre

Premessa numero uno: quando un Governo cade – come è successo a metà agosto con la decisione di Salvini di provocare la crisi, ottenendo le (temporanee) dimissioni di Conte – la soluzione preferibile sarebbe sempre quella di ridare la parola agli elettori.

Premessa numero due: personalmente, se c’è una cosa che non mi spaventa è partecipare ad una competizione elettorale, pur sapendo, tuttavia, come sia sempre più difficile ottenere il consenso delle persone, ormai annoiate da un’offerta politica inconcludente, chiacchierona, certamente attenta alla propaganda, ma molto meno alla “execution” e alla precisa indicazione delle risorse pubbliche, cioè dei cittadini-contribuenti, da impiegare e come.

Fatte queste due doverose precisazioni iniziali, vorrei esprimere qualche considerazione sugli avvenimenti politici delle ultime settimane, culminati con la formazione di un nuovo governo, il cosiddetto Conte-bis, in cui il M5S ha sostituito il precedente partner – e cioè, appunto, la Lega – con la sinistra del Partito Democratico e con l’estrema sinistra di Leu. Nuovo governo che proprio nella giornata di ieri ha ricevuto il primo voto di fiducia alla Camera dei Deputati e che si appresta, nella giornata odierna, a ricevere anche il via libera dell’Aula del Senato.

Sgombriamo subito il campo da sgrammaticature o da interpretazioni strumentali: è stata un’operazione perfettamente legittima sul piano costituzionale; allo stesso tempo, però, un Presidente del Consiglio che riesca a rimanere in sella, pur modificando in modo così radicale la composizione della compagine parlamentare in suo sostegno, ha destato più di una perplessità in tanti italiani; e peraltro non solo in quelli schierati politicamente e culturalmente nel centrodestra.

Coerenti con la nostra posizione di oppositori, nel merito ma senza sconti, del governo Conte I sostenuto da M5S e Lega, anche nei confronti del Conte-bis – il cosiddetto governo “giallorosso” – noi di Forza Italia ci siamo posti nettamente in contrapposizione. A maggior ragione in questa nuova situazione, a fronte di una maggioranza che si è formata in Parlamento (senza alcuna legittimazione popolare, come peraltro il precedente governo “gialloverde” ) dopo un accordo tra i tre partiti di sinistra usciti sconfitti sia nelle elezioni del 4 marzo scorso, sia – in misura ancora maggiore – in tutti i turni elettorali amministrativi, regionali ed europeo che si sono succeduti da allora ad oggi.

Non abbiamo, non ho, votato la fiducia, dunque. E questo non solo per una contrapposizione politico-partitica, ma anche per la vaghezza, l’indeterminatezza, l’assenza di indicazioni di priorità, la totale mancanza di numeri relativi alle coperture finanziare che ha caratterizzato il (nuovo) programma di governo del Presidente Conte, illustrato in occasione della richiesta di fiducia alle Camere.

Ora, esaurita questa fase – tutta basata sulla suddivisione degli incarichi fra i contraenti del nuovo “contratto” di governo, dai Ministeri ai Sottosegretariati, e sulla composizione definitiva della squadra – si tratterà di valutare i singoli provvedimenti della nuova maggioranza delle tre sinistre, a cominciare dalla Legge di bilancio che dovrà essere presentata in Parlamento entro il prossimo 15 ottobre.

Noi faremo un’opposizione intelligente, nel merito, a difesa di un ceto medio sempre più tartassato, contrapponendoci nettamente all’oppressione burocratica, fiscale e giudiziaria che la nuova maggioranza rischia di alimentare con la sua impostazione ideologica.

ASL Piemontesi e Laboratorio di Emodinamica a Chivasso

Come ritengo corretto, la nuova Giunta di centrodestra guidata dal Presidente Cirio ha immediatamente deciso di entrate nel merito degli atti aziendali di ciascuna delle Aziende sanitarie piemontesi, con l’obiettivo di verificare puntualmente quanto stabilito dalla precedente Amministrazione regionale ad aprile scorso, poco prima dell’inizio della campagna elettorale. Ciò è avvenuto anche perché i piemontesi con il loro voto hanno richiesto discontinuità rispetto alla politica sanitaria di Chiamparino-Saitta, ma anche perché una nuova Giunta ha il dovere di approfondire ogni aspetto prima di prendere decisioni su una materia così delicata come la salute.

In questo quadro, sono certo che il nuovo laboratorio di Emodinamica presso l’ospedale di Chivasso troverà comunque una conferma da parte dell’Assessore Icardi, perché il nostro territorio, specie quello collinare, deve poter avere un servizio pubblico adeguato e in linea con quello delle altre zone del Piemonte, ed anche perché l’allestimento della sala con un angiografo di ultima generazione è propedeutico ad un’entrata in funzione in tempi brevi. Sono fermamente convinto che la popolazione di questo angolo di Piemonte meriti attenzione da parte della politica regionale e in tal senso sono impegnato.

Porta Canavese e Lunetta

Il Programma strategico degli interventi ferroviari della Regione Valle d’Aosta, approvato dal Consiglio regionale l’11 luglio scorso, contiene due notizie importanti per Chivasso: la prima, una richiesta forte di interconnessione del servizio ferroviario valdostano con la linea ad alta velocità Torino-Milano, con il sostegno al progetto “Porta Canavese-Monferrato” di un’Istituzione così autorevole; la seconda, un sostanziale abbandono del progetto della cosiddetta “lunetta” di Chivasso sulla linea storica Aosta-Ivrea-Torino. In particolare, nel testo approvato la scorsa settimana si sottolinea che, a fronte di un intervento a carico del bilancio dello Stato di ben 43 milioni di euro, il beneficio in termini di riduzione dei tempi di percorrenza dell’intera tratta da Aosta a Torino sarebbe di soli 4 minuti nel caso di bypass ferroviario a ovest di Chivasso, con tutti i problemi di natura amministrativa e urbanistica che conosciamo bene. Nel caso, invece, si ipotizzasse il passaggio a est, i tempi si ridurrebbero ancor meno, e cioè di 2 minuti. Insomma, sarebbe un investimento totalmente insostenibile dal punto di vista di una seria analisi dei costi e dei benefici. E, oggettivamente, privo di alcun senso, anche perché a dicembre di quest’anno entreranno in funzione su questa linea i treni bimodali, che ridurranno i tempi di fermata a Chivasso dagli attuali 12 a 4 minuti complessivi.
Incassate queste due buone notizie, si tratta ora di lavorare con la Regione Piemonte e, soprattutto, con RFI per fare in modo che investimenti importanti sulle linee ferroviarie siano finalizzati a renderle in grado di intercettare una platea di utilizzatori più vasta possibile, sia in termini di spostamenti di lavoro, sia in termini di sviluppo turistico: in questo senso, la stazione “Porta Canavese-Monferrato” costituisce una progettualità determinante.