Qualche riflessione sulle cosiddette “sardine”

Ieri sera è andata in scena la versione torinese delle cosiddette “sardine”.

In piazza Castello, infatti, ha avuto luogo la manifestazione convocata via web, per la quale si è registrata una partecipazione importante e, a mio avviso, da non sottovalutare. E certamente da non liquidare in due parole, pensando così di esorcizzarne la portata. Provo a spiegare il perché di questa mia convinzione.

Ritengo, innanzitutto, che la partecipazione alla politica, intesa come attenzione alla comunità in cui viviamo, sia sempre una buona notizia. Al di là dei posizionamenti partitici e delle diverse sensibilità – che giustamente ci devono essere! – se le persone, specie giovani, dimostrano di voler intervenire in prima persona nel dibattito pubblico sono da apprezzare e, perché no, da stimolare. E la piazza è certamente un momento fondamentale di questo processo di partecipazione.

Se poi, come affermano gli organizzatori, l’obiettivo di questo movimento pseudo-spontaneistico fosse quello di diffondere messaggi positivi, schierandosi “per” e non “contro”, allora avremmo la seconda buona notizia.

Peccato, però, che già questa secondo aspetto rischia di non essere verificabile, visto che appare chiaro a tutti come la spinta, quantomeno iniziale, alla mobilitazione di piazza abbia avuto un’origine – e una finalità – di natura elettorale, in particolare per tentare di fermare la vittoria del centrodestra unito alle imminenti elezioni regionali dell’Emilia Romagna, in programma il prossimo 26 gennaio. Quindi, una vera e propria azione “contro”.

Ma se anche prendessimo per buona la finalità, diciamo così, positiva, potremmo comunque affermare, senza tema di smentite, che le buone notizie, ahinoi, finirebbero comunque qui.

Intanto, perché si tratta chiaramente di un modo per mascherare la debolezza dei partiti di centro sinistra e del fu partito antisistema guidato da Di Maio, oggi alleati al Governo del Paese e alfieri di un programma improntato all’oppressione fiscale, giudiziaria e burocratica, tipico di una concezione “sinistra” della complessità italiana, cercando di imporre al dibattito pubblico temi diversi rispetto a quelli nefasti della prossima Legge di bilancio.

Poi, perché non si capisce bene quale sia il modello proposto, né quali siano le idee-forza, né le priorità della propria agenda politica, né se costoro intendano o meno esporsi al giudizio dei cittadini, tramite regolare partecipazione ai vari turni elettorali. Insomma, un ulteriore elemento di confusione.

Infine, perché l’esposizione mediatica, nonché il forte supporto da parte di tv e carta stampata mainstream, in un periodo, come si diceva all’inizio, pre-elettorale desta ben più di un sospetto e dice molto in fatto di onestà intellettuale e di presunta spontaneità di chi convoca la piazza tramite le piattaforme informatiche (e come non pensare ad una riedizione, riveduta e politicamente corretta, del V-Day di qualche anno fa).

Insomma, nutrire il dibattito pubblico di idee, dare una risposta strutturata alla voglia di partecipazione, coinvolgere il più possibile i giovani nella ricerca delle soluzioni per il futuro della nostra Patria sono obiettivi che tutti noi, nel nostro impegno politico quotidiano, dovremmo favorire e sostenere.

Non come sardine, però. Ma attraverso partiti che tornino a svolgere quel ruolo di elaborazione politica e di mediazione di interessi, che è connaturata alla definizione dell’articolo 49 della Costituzione.

Quindi, resettiamo pure questo periodo in cui il confronto politico è basato in via esclusiva sui facili slogan, sull’attacco agli avversari visti come veri e propri nemici, sull’insulto, sul rinvio come unica modalità per affrontare i problemi, e torniamo ai valori delle borghesia operosa e di buon senso che ha fatto grande l’Italia del dopoguerra.

Noi di Forza Italia, su questi principi condivisi e con queste regole d’ingaggio, saremo sempre in campo per difendere gli interessi di tutti gli italiani.

Sull’autonomia delle Città metropolitane è doveroso coinvolgere (anche) Torino

Nei giorni scorsi abbiamo preso atto che il Sindaco di Milano Giuseppe Sala, esponente di spicco del Partito Democratico, dopo più di cinque anni dall’entrata in vigore della Legge Delrio si è reso finalmente conto del fallimento di quella riforma, proposta e attuata dal suo stesso partito. Ha, dunque, ipotizzato di lavorare in asse con Roma e con Napoli, con l’obiettivo di individuare proposte concrete per migliorare il tema della gestione delle Città metropolitane, introdotte e individuate proprio dalla Legge 56/2014. E allora mi sono chiesto: perché escludere Torino? In Italia le Città metropolitane sono attualmente 14, quindi ritengo che sia il caso di coinvolgere in questo ragionamento almeno i capoluogo di Regione.

La provincia di Torino, che è caratterizzata da un territorio tanto esteso quanto eterogeneo, con più di 300 Comuni di cui circa 200 con meno di tremila abitanti, patisce infatti forse più di ogni altra Città metropolitana la mancanza di autonomia e di una governance in grado di organizzare al meglio i servizi di area vasta, con il Sindaco di Torino direttamente interessato dai problemi montani di Comuni come Sestriere, da quelli infrastrutturali di Comuni come Brozolo e da quelli delle grandi Città della prima cintura.

Noi che “viviamo” il nostro territorio possiamo dire molto su cosa non ha funzionato in questi cinque anni: auspico, pertanto, che il Sindaco Appendino si faccia sentire con i suoi omologhi di Milano, Roma e Napoli, per rappresentare la necessità di maggiore autonomia di un territorio che conta più di due milioni di abitanti.

Alta velocità a Torino, alle parole seguano i fatti

Quanto emerso questa mattina nel corso dell’audizione di Trenitalia in Commissione Trasporti alla Camera è certamente un primo elemento positivo in merito al mantenimento di un servizio ferroviario ad alta velocità adeguato al nostro capoluogo regionale. Si tratta, pertanto, di vigilare affinché RFI e Trenitalia garantiscano con l’orario invernale i collegamenti da e per Torino, sia con Roma, sia con Milano, sia con le altre grandi città del nord, in modo che le parole espresse in un ambito istituzionale si traducano immediatamente in fatti.

Resta, tuttavia, il tema più generale delle maggiori città piemontesi che, a differenza di quanto avviene in altre regioni, non hanno un accesso diretto alla linea ad alta velocità, pur essendone attraversate: si pensi al nodo di Chivasso o a quello di Novara. Trenitalia, nei suoi comunicati, sottolinea giustamente come il servizio AV in Italia preveda sempre “più treni in più stazioni”. Tutto vero, tranne che per il Piemonte, che su questo aspetto paga i cinque anni di inerzia della Giunta regionale precedente. E’ il momento di occuparsene.

Dichiarazione di voto – Decreto Fiscale

A nome del gruppo di Forza Italia, ho spiegato le ragioni del nostro convinto no al Decreto Fiscale 124/2019. 

Di seguito, il testo integrale del mio intervento

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Grazie Presidente,

Rappresentante del Governo, Onorevoli colleghe e Onorevoli colleghi,

nell’affrontare la discussione generale della legge di conversione del DL 124/2019 vorrei soffermarmi in via prioritaria sul suo titolo, che recita: “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”. Tale definizione contiene due aggettivi che meritano una riflessione preliminare, perché l’intenzione dell’attuale Governo giallo-rosso è quella di prevedere disposizioni, cosiddette, “urgenti”, a fronte di esigenze, cosiddette, “indifferibili”.

E allora mi sono chiesto – dopo il ciclo di audizioni e dopo la maratona notturna sugli emendamenti che avevano suscitato le maggiori perplessità, non solo da parte del nostro gruppo e degli altri gruppi del centrodestra, ma anche da parte di numerose Istituzioni intervenute in commissione – davvero queste disposizioni sono così “urgenti” e rispondono a esigenze, appunto, “indifferibili”?

La risposta è no. Senza alcun dubbio, dal nostro punto di vista.

Ci troviamo ancora, infatti, in una congiuntura economica che continua a registrare livelli di crescita del Prodotto interno lordo del nostro Paese prossimi allo zero, fanalino di coda in tutta Europa.

Gli stessi provvedimenti che erano stati posti in essere con la legge di bilancio del precedente Governo hanno dimostrato, nei loro indicatori più importanti, un impatto pressoché nullo sulla crescita economica del sistema-Italia, sia dal punto di vista dei consumi interni, sia dal punto di vista dei livelli di occupazione.

Cito, fra tutti, il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che nelle intenzioni di chi l’ha proposto – vorrei dire, imposto – avrebbe dovuto raggiungere un duplice obiettivo: “abolire la povertà” (sic) e favorire l’incontro fra offerta e domanda di lavoro.

In realtà, come tutti i dati confermano, quel nuovo istituto di welfare non solo non ha ridotto in maniera significativa le aree di disagio presenti ormai in molte aree e situazioni periferiche del nostro Paese; non solo non ha aumentato l’occupazione, se non sostanzialmente per i soli “navigator”, per coloro cioè che avrebbero dovuto facilitare quell’incontro, ma che in realtà hanno dovuto affrontare – loro stessi!!! – un percorso formativo finalizzato all’entrata in ruolo all’interno del sistema dei Centri/Servizi per l’Impiego su tutto il territorio nazionale.

Quel provvedimento, invece, ha destinato e impiegato ingenti risorse pubbliche (circa 24 miliardi stanziati nel triennio 2019/2021) – risorse che, come è noto, sono dei contribuenti – per finanziare una spesa corrente di natura assistenziale che va in contrasto con quanto serva a dare fiato alla nostra economia, ovvero un corretto impiego verso spese di investimento, che nella nostra filosofia sono rappresentate da una drastica diminuzione del carico fiscale e da una precisa scelta orientata alle infrastrutture strategiche, materiali e immateriali.

Ecco perché, secondo noi, un decreto in materia fiscale basato su approccio punitivo nei confronti di chi fa impresa in Italia, che non apre mercati, che aggiunge adempimenti e passaggi burocratici, che è in linea con la malsana idea che l’evasione fiscale si combatta con l’inasprimento delle pene e non, come dappertutto nel mondo, con una grande operazione di semplificazione e di riduzione del carico fiscale per imprese e cittadini, ecco secondo noi un decreto del genere non può definirsi né “urgente”, né “indifferibile”!

Proprio in questi giorni, infatti, è stato pubblicato dalla Banca Mondiale il rapporto Paying Taxes 2020. In quel documento, si registra la retrocessione dell’Italia al 128mo posto nella classifica generale dei livelli di tassazione; e l’aumento del carico fiscale complessivo delle imprese, che raggiunge il 59,1% dei profitti commerciali. Inoltre, il rapporto certifica come siano 238 le ore dedicate dalle imprese italiane agli adempimenti fiscali. Tutti questi dati sono superiori alla media europea e confermano come il sistema Italia sia ostile agli investitori, che non individuano fattori di attrazione.

Al contrario, l’Italia continua a perdere appeal a causa dell’eccesso di burocrazia, della giustizia lumaca e delle fiscalità rapace. Il Governo Conte bis sta esasperando i fattori che penalizzano la nostra competitività con l’aumento della tassazione complessiva, con l’ossessione sanzionatoria e con la mancanza di iniziative finalizzate alla semplificazione burocratica.

Il decreto fiscale all’esame dell’Aula non interviene su questi aspetti, anzi rischia di aggravarli, facendoci scivolare ancora più giù nella classifica mondiale dei Paesi in cui valga la pena investire!

E dire che in Italia esiste una precisa norma di legge, la n. 212 del 27 luglio 2000, comunemente conosciuta come “Statuto dei Contribuenti”, che dovrebbe andare nella direzione opposta, ovvero quella della chiarezza delle disposizioni tributarie, della semplificazione, delle garanzie del contribuente.

Si pensi all’articolo 6, recante: “Conoscenza degli atti e semplificazione”, quando al comma 3 si stabilisce come “il contribuente possa adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli”, oppure, al comma 4, quando si prevede che – e cito testualmente l’intero comma – “al contribuente non possono, in ogni caso, essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente”.

A tal proposito, in linea con i principi dello Statuto del Contribuente avevamo ad esempio previsto, con un nostro emendamento all’articolo 16, l’abolizione della comunicazione dei dati delle liquidazioni IVA a carico delle imprese, in considerazione del fatto che con l’avvio dell’obbligo di fatturazione elettronica è già possibile un controllo puntuale e capillare, da parte dell’Amministrazione finanziaria, dei versamenti IVA dovuti dai soggetti passivi. Emendamento che, purtroppo per i contribuenti italiani, non è stato accolto e che li costringerà a duplicare gli adempimenti.

E proprio in tema di appesantimento degli adempimenti burocratici a carico delle imprese, l’articolo 4 del decreto Legge 124 introduce un complesso meccanismo di controllo incrociato tra committenti e appaltatori, costringendo i primi a svolgere il ruolo di controllori e a doversi far carico di procedure complesse che, a conti fatti, riusciranno più a complicare la normale operatività delle imprese oneste che non a contrastare le pratiche scorrette di quelle disoneste.

La misura prevede, infatti, che nei casi in cui un committente affidi ad un’impresa l’esecuzione di un’opera, il versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori impiegati in quell’appalto sia effettuato direttamente dal committente stesso, a cui l’appaltatore deve anticipare le somme. In tal modo si chiede alle imprese di sottrarre liquidità propria, senza peraltro poter utilizzare le compensazioni con i rispettivi crediti fiscali.

Certo, qualche correttivo in sede di commissione è stato introdotto.

Ma solo perché il Governo e la sua litigiosa maggioranza hanno approvato o fatto propri alcuni emendamenti migliorativi del testo presentati dal gruppo di Forza Italia.

Abbiamo, per esempio, ottenuto con l’emendamento a prima firma Cattaneo di ridurre la periodicità del termine di trasmissione dei dati delle operazioni con soggetti non residenti in Italia, il cosiddetto Esterometro, prima mensile e, dopo il nostro intervento, con scadenza trimestrale.

Con l’emendamento del Presidente Gelmini abbiamo, poi, fatto sì che il versamento delle imposte di bollo sulle fatture elettroniche, nel caso in cui gli importi non superino la soglia minima annua di 1000 euro, possa essere effettuato in due tranche con cadenza semestrale (16 giugno e 16 dicembre di ciascun anno), al fine di semplificare e ridurre gli adempimenti dei contribuenti.

In merito alla lotteria degli scontrini, pur segnalando come si configuri come un timidissimo primo esperimento di provvedimento orientato al “contrasto di interessi fiscali”, abbiamo da un lato ottenuto un differimento di sei mesi, al 1° luglio 2020, della sua data di avvio.

Dall’altro lato, facendo recepire l’emendamento Baratto sulla riduzione della sanzione applicabile nei casi in cui l’esercente si rifiuti di acquisire o non trasmetta il codice fiscale del cliente, impedendogli così di poter partecipare alla lotteria, abbiamo concorso all’eliminazione della sanzione, sostituita con la possibilità di una segnalazione da parte del consumatore nella sezione dedicata del Portale Lotteria.

Infine, è stata modificata la modalità di identificazione del cliente, con l’introduzione di un apposito codice lotteria in luogo del codice fiscale.

In tema di trasparenza dei costi relativi alle commissioni bancarie per i pagamenti effettuati con carte di credito o di debito, l’approvazione dell’emendamento Gelmini all’articolo 22 ha previsto l’obbligo per gli operatori finanziari di trasmettere mensilmente per via telematica agli esercenti l’elenco e le informazioni relative alle transazioni effettuate con il POS o con altre piattaforme di pagamento in un determinato periodo, attraverso una modalità definita dalla banca d’Italia entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione.

In merito, poi, alla sanzioni per la mancata accettazione di pagamenti effettuati con carte di credito e di debito, abbiamo condiviso – ottenendo la soppressione dell’articolo 23 – le preoccupazioni del Consiglio nazionale dei Commercialisti ed esperti contabili, nonché di Confartigianato: grazie a Forza Italia, con gli emendamenti Porchietto e Baratto è stata abrogata la norma che prevede l’obbligo, da parte di commercianti e professionisti, di accettare pagamenti con carte di credito o di debito, con la conseguente eliminazione delle sanzioni precedentemente previste (ovvero 30 euro, più il 4% del totale della transazione).

L’esecutivo voleva, ancora una volta, punire in modo incomprensibile chi ogni giorno alza la saracinesca del proprio negozio e chi, con spirito di impresa, prova a costruirsi un futuro lavorativo autonomo: Forza Italia, con una seria e scrupolosa azione parlamentare, ha sventato questo ennesimo attacco al ceto medio.

E’ doveroso, ancora, sottolineare l’emendamento Barelli finalizzato ad escludere con certezza dall’applicazione dell’IVA al 22% le scuole di formazione e di avviamento alla pratica sportiva, lasciandole nel campo dell’esenzione in quanto prestazioni didattiche; e il contributo importante dell’emendamento Prestigiacomo per la formulazione definitiva della norma di riduzione al 5% dell’IVA per alcuni prodotti di protezione dell’igiene intima femminile, nonché il rinvio delle sanzioni previste per il mancato utilizzo del “seggiolino anti abbandono” (con gli emendamenti Bergamini).

Infine, l’introduzione – con l’emendamento Pella – del “bonus TARI” a favore delle delle famiglie che versino in condizioni economico-sociali disagiate, conformemente con quanto già avviene con il bonus sociale per l’energia elettrica, per il gas e per il servizio idrico. Tale disposizione, che andrà ad esentare progressivamente dal pagamento della tariffa rifiuti circa 2 milioni di nuclei famigliari (dati IFEL), è stata concordata con l’ANCI e verrà regolamentata, nella sua applicazione, dall’ARERA.

In tema, invece, di apertura di nuovi mercati e di politiche per favorire gli investimenti, specie delle piccole e medie imprese che più di tutte hanno subito le conseguenze della lunga crisi economica iniziata nel 2008, la battaglia di Forza Italia, grazie al lavoro competente e determinato del vicepresidente della Commissione Finanze on. Sestino Giacomoni, ha portato all’approvazione degli emendamenti sui Piani Individuali di Risparmio (PIR).

Con essi, dal 1° gennaio prossimo potranno ripartire questi strumenti finanziari, indirizzati allo sviluppo ed al finanziamento delle piccole e medie imprese italiane, con la rimozione dei vincoli che li avevano bloccati lo scorso anno.

Dal 2020 le casse di previdenza e i fondi pensione potranno superare l’unicità prevista per le persone fisiche, potendo sottoscrivere più di un PIR, realizzando così quella diversificazione indispensabile per la sicurezza e la buona riuscita di qualunque investimento.

In tal modo, si prevede che nei prossimi 10 anni potranno essere raccolti e indirizzati all’economia reale, in particolare delle PMI italiane, oltre 150 miliardi di euro di risparmio privato: una leva fiscale che metterà in sinergia quelli che restano i due punti di forza della nostra economia, e cioè il risparmio delle famiglie e dei lavoratori con la creatività delle nostre piccole e medie imprese.

Al contrario, invece, il nostro emendamento volto a includere anche le società per azioni quotate nel novero degli investitori istituzionali avrebbe consentito di ampliare il numero dei potenziali investitori nei Fondi di Investimento Alternativi (FIA) Immobiliari, aprendo un mercato per la ristrutturazione immobiliare di ampie aree urbane dismesse, spesso di proprietà pubblica, che senza l’apporto di capitale privato non potranno beneficiare di progetti di riqualificazione e di rigenerazione. Purtroppo tale innovazione non ha trovato l’accoglimento da parte del Governo e della maggioranza, facendoci perdere l’ennesima occasione per favorire e attrarre investimenti nelle nostre città.

Come è stata un’occasione persa non essere intervenuti per sanare una volta per tutte la ferita dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. Il nostro emendamento, del Presidente Gelmini, era infatti volto a consentire la compensazione dei crediti delle imprese nei confronti della PA con i debiti relativi a contributi e imposte, compresa l’IVA, immettendo così liquidità nel sistema economico-produttivo del nostro Paese. Bocciato, perché la copertura di 500 milioni annui era stata individuata nel fondo per il reddito di cittadinanza.

Quanto alla lotteria degli scontrini, come si diceva all’inizio, si tratta solo un timido accenno a politiche di contrasto di interessi fiscali. Si dovrebbe, invece, fare molto di più in quella direzione, perché l’emersione dell’evasione si ottiene consentendo – come avviene ad esempio negli Stati Uniti – la detrazione totale dal reddito di tutte le spese connesse alla casa, per la salute, per l’istruzione, per le imposte o le assicurazioni previdenziali, addirittura per le donazioni.

Con questo decreto, al contrario, il Governo prevede un tetto più basso all’utilizzo del contante, pensando che ciò possa costituire un argine all’evasione, quando invece appare chiaro che, in realtà, determinerà una contrazione dei consumi interni. In altre parole, il tetto al contante sempre più basso non frenerà l’evasione nei casi in cui comunque non si sarebbe fatturato, mentre è probabile che frenerà i consumi nei casi in cui comunque si sarebbe fatturato.

Infine, ecco l’ossessione sanzionatoria, che si sostanzia nella scelta di legiferare per decreto sulla materia penale – cosa già censurabile di per sé – attraverso l’introduzione di un inasprimento delle pene per contrastare l’evasione fiscale. Come da più parti è emerso, tuttavia, le manette sono una risposta demagogica che rischia, quantomeno, di generare soluzioni inutili, se non dannose.

Sull’Articolo 39, le ragioni di merito della nostra ferma contrarietà saranno certamente illustrate molto meglio rispetto al sottoscritto dalla collega Bartolozzi.

Per quanto mi riguarda, mi limito a sottolineare come chi quotidianamente e con fatica svolge (ancora) attività di impresa in Italia non debba essere costretto a districarsi tra vincoli e procedure bizantine pensate per imprese che operano sul filo della criminalità e che sono, di fatto, marginali rispetto al tessuto produttivo italiano.

Concludo, Presidente. Anche queste ultime ore ci hanno confermato come l’attuale maggioranza sia profondamente divisa, tanto che anche su questo provvedimento abbiamo registrato voti contrari da parte di alcuni gruppi, e tensioni varie, tali da far prevedere l’ennesimo voto di fiducia – il quinto? – in soli tre mesi di vita del Governo.

Probabilmente, senza la questione di fiducia, questo provvedimento “urgente” e “indifferibile” non vedrebbe la luce, soprattutto per quanto riguarda le norme che rispondono alla vocazione giustizialista di una parte dell’attuale maggioranza. Vocazione giustizialista che nelle loro intenzioni dovrebbe arrestare il crollo conclamato di consensi del partito di Di Maio, ma che in realtà non fa che spingere verso il basso il livello di gradimento dell’intero Governo, coinvolgendo tutti quelli che lo stanno sostenendo.

Il problema è che ci andranno di mezzo le imprese e le famiglie italiane, sempre più gravate da un sistema tributario oppressivo e vessatorio, che con provvedimenti legislativi della natura di quello in discussione oggi non potrà che peggiorare.

Noi, anche in questo caso, ci opponiamo!

 

Legge di Bilancio 2020, un mio breve commento

Come ogni anno in questo periodo, il Parlamento è chiamato all’esame della Legge di Bilancio. Mai come quest’anno ritrovo un atteggiamento vessatorio da parte del Governo, secondo l’ormai sempre più dominante per M5S e PD principio di “Tasse & Manette”. Potete scaricare dal link qui sotto un breve video in cui provo a raccontarvi perché sono e siamo contrari ad un Bilancio costruito in questo modo, che non dà risposte ma piuttosto crea nuovi problemi.

L’unica via per fronteggiare i danni da dissesto idrogeologico è semplificare e velocizzare le procedure

Il dissesto idrogeologico del nostro territorio continua ad essere gestito come un’emergenza, in occasione di ogni evento calamitoso. E’ chiaro a tutti, ormai, come sia invece una malattia cronica, e come tale vada trattata. Non è, infatti, un problema di risorse, come ci viene detto da più parti, ma di sempre nuovi adempimenti burocratici che, in realtà, sono veri e propri impedimenti, che dilatano in maniera inaccettabile i tempi per far partire i cantieri.

Il Governo ha il compito fondamentale di velocizzare tutte le procedure e di attivarsi il prima possibile, perché il tempo perso costa, anche in termini di vite umane. Oltre ai ritardi, abbiamo anche un problema di controlli, quindi di prevenzione del rischio. Serve realizzare un monitoraggio capillare di tutta la rete viaria, da quella autostradale a quella delle strade provinciali, abbandonate negli ultimi anni a causa dei tagli dei trasferimenti agli enti gestori decisi dai Governi guidati dal Pd, da Matteo Renzi in poi.

Attività di monitoraggio e di controllo di cui, peraltro, si sarebbe dovuta far carico l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (ANSFISA), se non fosse ancora un ente fantasma e non operativo, pur essendo stata istituita più di un anno fa.

Non si puo’ lasciare al suo destino un territorio come l’Italia, ma bisogna intervenire subito, fare continua manutenzione per poter reggere anche episodi meteorologici di natura eccezionale come quelli che abbiamo registrato in Piemonte negli ultimi giorni.

Piccole Equitalia crescono…

Nei giorni scorsi abbiamo preso atto di come il premier Conte consideri “mistificazioni” quelle che per noi sono, invece, misure da Stato di polizia fiscale. Peccato, però, che l’articolo 96 della Legge di bilancio sia molto chiaro quando stabilisce che dal prossimo anno ciascun Comune italiano potrà adottare gli stessi strumenti oggi in capo all’Agenzia delle Entrate – e ieri, prima della sua finta abolizione, in capo a Equitalia – per la riscossione dei tributi propri: certamente IMU e TASI e con ogni probabilità anche le multe stradali.

Insomma, avremo più di 8000 piccole Equitalia che potranno avviare tutte le procedure esecutive per fare cassa, a cominciare dal pignoramento di stipendi, conti correnti, beni mobili e immobili!

In più, abbiamo scoperto dalla lettura dei quotidiani che il Ministro per l’Innovazione Paola Pisano starebbe lavorando alla realizzazione di una piattaforma informatica nazionale con cui la pubblica amministrazione colloquierà direttamente con i cittadini, che saranno obbligatoriamente dotati del loro “domicilio digitale”.

Potrebbe essere certamente un’ottima notizia. Non vorremmo, tuttavia, che la finalità primaria di questa piattaforma, che guarda caso torna in auge proprio adesso, sia quella di poter notificare on-line multe e cartelle esattoriali; e non, come ci si aspetterebbe, di rendere più semplice il rapporto di cittadini e imprese con gli svariati livelli dell’amministrazione pubblica del nostro Paese.

Dal Governo Monti in poi, in Italia è crollato il mercato immobiliare, mentre le tasse patrimoniali sono salite alle stelle. E viceversa

Secondo Confedilizia, la perdita di valore delle abitazioni degli italiani dal 2011 ad oggi è arrivata alla cifra-monstre di 1300 miliardi di euro. A fronte di ciò, la sola tassazione sul patrimonio, e ciòè IMU e TASI, è salita fino a 21 miliardi annui, senza considerare le imposte sul reddito e di registro, che generano un gettito di pari entità: insomma, una patrimoniale-salasso che ha contribuito in maniera determinante al crollo del mercato immobiliare.

Mi trovo, dunque, pienamente d’accordo con il Presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, quando boccia senza mezzi termini l’ipotesi di accorpamento di IMU e TASI che il Governo giallorosso ha inserito nella manovra di bilancio per il prossimo triennio. Intanto perché si prevede un aumento dell’aliquota di base, che passa dal 4 al 5 per mille per le abitazioni principali e dal 7,6 all’8,6 per mille per gli altri immobili; poi, perché scompare qualsiasi collegamento con i servizi pubblici resi dai Comuni, scaricando sui proprietari l’intera copertura dei relativi costi; quindi, perché addirittura viene concessa un’aliquota massima più alta, pari all’11,4 per mille rispetto al 10,6 per mille, a circa 300 Comuni italiani, fra cui Roma e Milano, introducendo un palese vizio costituzionale; infine, perché non vi è alcun intervento a favore dei proprietari di quegli immobili sfitti da tempo per assenza di inquilini o di acquirenti e oggi gravati da tasse e costi di mantenimento sempre più insostenibili.

Insomma, il governo delle quattro sinistre, in assoluta continuità con i governi che da Monti in poi hanno reso sempre più gravoso il carico fiscale sul patrimonio immobiliare, continua a considerare la casa degli italiani come il proprio bancomat, senza prevedere shock positivi in grado di far finalmente ripartire il mercato”.

Ich bin ein Berliner

Per ventisei lunghi anni un muro ha diviso una città nel cuore dell’Europa, ha raccontato di due diverse idee del mondo, ma soprattutto ha separato storie familiari e personali.

Trent’anni fa, oggi, cadeva il Muro di Berlino.

Da un lato, spinto giù da una grande forza popolare; dall’altro, grazie ad una una coraggiosa volontà politica dell’Occidente, che giocò da protagonista una partita in cui in ballo c’erano la libertà e le speranze dei suoi cittadini e cittadine.

Oggi festeggiamo una vittoria di quella libertà e di quella speranza.

Ma ricordiamo anche un momento che – forse più di qualunque altro! – segnò la differenza, politica e sostanziale, tra un’Europa saldamente inserita nell’Atlantismo e un’altra,
piegata alla dottrina comunista e sotto l’influenza dell’Unione Sovietica.

La prima, fortemente radicata sull’uomo al centro della società, la seconda sul totalitarismo.

Non ho alcun dubbio sul fatto che si sia fatta la scelta più giusta, che oggi con forza dobbiamo rivendicare e difendere. 

 

Governo giallorosso, una manovra economica all’insegna di ulteriori tasse, sanzioni, adempimenti

Una manovra senza futuro, all’insegna di un inasprimento di quella che ormai è diventata una vera e propria oppressione fiscale nei confronti dei contribuenti italiani. E che non offre alcuna prospettiva in termini di crescita della nostra economia. 

Si caratterizza così la prima sessione di bilancio del governo giallorosso delle quattro sinistre, con provvedimenti ispirati da un’attitudine sanzionatoria e da una ricerca spasmodica di nuove fonti di gettito.
Si pensi, ad esempio, alla scelta di diminuire il limite all’utilizzo dei contanti, senza al contempo prevedere incentivi e agevolazioni per i pagamenti elettronici: un regalo per chi potrà incamerare maggiori commissioni sulle transazioni e l’ennesimo balzello per i consumatori. 
Oppure, come non ha mancato di sottolineare Confedilizia, la proposta, per noi irricevibile, di aumentare l’aliquota della cedolare secca sugli affitti abitativi a canone calmierato, dall’attuale 10% al 12,5%: ciò determinerebbe una clamorosa inversione di tendenza rispetto ad una misura che ha consentito di ridurre drasticamente l’evasione fiscale nel mercato delle locazioni, generando maggior gettito con una tassazione “piatta”. Misura che, al contrario, dovrebbe essere estesa e resa strutturale anche per le locazioni commerciali.
Insomma, si tratta di una manovra di bilancio orientata esclusivamente a reperire nuove risorse per continuare ad alimentare spesa corrente improduttiva come il cosiddetto reddito di cittadinanza, senza una strategia per una riduzione complessiva della tassazione a carico dei contribuenti.