La flat tax per le partita IVA ha dato risultati positivi? Il Governo giallorossofucsia la elimina

Finalmente anche l’osservatorio sulle partite Iva del MEF certifica quanto noi di Forza Italia sosteniamo da sempre: con la flat tax si ottiene una semplificazione del rapporto con l’erario che fa aumentare la base imponibile e, di conseguenza, le entrate fiscali. E i dati del 2019, anno in cui ha visto la luce un primo timido esperimento di tassa piatta per le sole partite IVA fino a 65mila euro annui, sono lì a dimostrarlo. Peccato che il governo giallorossofucsia abbia deciso con la sua Legge di bilancio di smontare uno dei pochi provvedimenti economici del governo precedente capace di produrre benefici, facendo emergere ancora una volta la propria avversione al lavoro autonomo e dimostrando una sola grande capacità: quella di eliminare ciò che funziona.

Secondo i dati forniti dall’osservatorio del Ministero nel 2019 sono state aperte oltre mezzo milione di partite Iva, con un aumento molto rilevante rispetto all’anno precedente (+6,4%), proprio grazie al regime forfettario con l’aliquota agevolata al 15%. Delle 545.700 nuove partite IVA, infatti, 263.043 hanno sfruttato questa opportunità, segnando un + 34,5% rispetto al 2018. Ma i dati ci dicono anche che il 44,8% di esse sono state attivate da professionisti, imprenditori e lavoratori autonomi under 35.

Numeri che, purtroppo, non potranno ripetersi nel 2020, quando le partite IVA dovranno fare i conti con modifiche al regime forfetario che, da un lato creeranno una nuova variazione di esodati, gli esodati della flat tax, e dall’altro lato non potranno che scoraggiare chi vorrebbe scommettere su se stesso con una nuova attività lavorativa autonoma. Con un esito scontato: più disoccupazione e meno entrate fiscali. Insomma, tafazzismo allo stato puro.

Dipartimento Bilancio e Finanze Forza Italia Piemonte, un incarico che mi onora

Ringrazio il Coordinatore di Forza Italia Piemonte on. Paolo Zangrillo per aver deciso di affidarmi la titolarità del dipartimento regionale Bilancio e Finanze del nostro Movimento. Si tratta di un incarico che mi onora, e che mi responsabilizza ulteriormente nel mio impegno politico, nazionale e locale: lo affronterò con la professionalità e la dedizione che merita, avendo come obiettivo quello di fornire al dibattito pubblico le proposte pro-contribuenti, per la semplificazione e la riduzione fiscale, e per un minor intervento statale nell’economia che costituiscono l’identità di Forza Italia.

A tal fine, anche in accordo con il responsabile nazionale sen. Gilberto Pichetto, formerò da subito un gruppo di lavoro composto da professionisti, docenti universitari, dirigenti e amministratori pubblici, che mi supporterà nella definizione delle best practices economico-finanziarie, da promuovere attraverso un’attività convegnistica e seminariale su tutto il territorio piemontese e da realizzare come “marchio di fabbrica” di Forza Italia nel governo degli Enti locali.

Spazzacorrotti, dalla Consulta il primo schiaffo a Bonafede e al suo partito

Ieri l’Avvocatura dello Stato ha clamorosamente sostenuto l’incostituzionalità dell’applicazione retroattiva della Legge cosiddetta Spazzacorrotti; oggi la Corte Costituzionale lo ha definitivamente stabilito, con una sentenza che non lascia spazio ad alcuna incertezza: le preclusioni previste dall’articolo 4 bis dell’Ordinamento penitenziario possono essere estese ai reati contro la pubblica amministrazione solo per i fatti commessi dopo, e non prima, dell’entrata in vigore di quella Legge fortemente voluta dal Ministro Bonafede e dal suo partito.

Viene, dunque, ristabilito un principio giuridico fondamentale, e cioè che l’applicazione di una norma in modo retroattivo viola l’articolo 25 della Costituzione.

A questo punto, chi ha proposto un provvedimento legislativo intriso del solito giustizialismo ossessivo dovrebbe avere da un lato l’umiltà di chiedere scusa a chi, dall’entrata in vigore della sua Legge nel gennaio 2019 ad oggi, è stato ingiustamente incarcerato; dall’altro lato, di vedersi imputato il danno erariale per ingiusta detenzione che lo Stato si troverà a dover fronteggiare per risarcire tutti coloro che, loro malgrado, hanno vissuto questa situazione.

Questo è il risultato di un’improvvisazione, di un’inadeguatezza e di un’ostinazione a proporre legge indifendibili sul piano giuridico e costituzionale, che noi come Forza Italia, in questo confortati da tanti autorevoli depositari della dottrina, abbiamo sempre denunciato.

Ed è solo il primo atto, perché nei prossimi giorni la stessa Consulta sarà chiamata a valutare l’equiparazione dei reati contro la PA con quelli di mafia e di terrorismo, contenuta nella stessa legge cosiddetta Spazzacorrotti: una cosa folle, frutto di un modo populista e demagogico di legiferare, che ci aspettiamo sia definitivamente cancellata.

Debiti PA, rispettare i tempi di pagamento. Ce lo chiede l’Europa

Secondo la Corte di Giustizia dell’Unione Europea lo Stato italiano ha violato la Direttiva 2011/7/UE riguardante la lotta contro i ritardi di pagamento delle pubbliche amministrazioni, non avendo assicurato in questi anni il rispetto dei termini di 30 e 60 giorni naturali consecutivi previsti all’articolo 4.

Con questa sentenza si chiude una procedura di infrazione aperta nel 2017, sulla base di un monitoraggio in cui era emerso il ritardo nel pagamento delle fatture di imprese e professionisti che, a vario titolo, avevano lavorato per le Istituzioni pubbliche del nostro Paese.

E dire che a maggio scorso la Camera dei Deputati aveva approvato all’unanimità una mozione, cui Forza Italia aveva dato un impulso decisivo, essendo da sempre in prima fila su questo tema. Quella mozione, peraltro, era finalizzata proprio ad evitare l’esito odierno della procedura di infrazione, ma il Governo non ne ha dato attuazione.

Lo stesso Governo, che si dimostra molto solerte nell’alimentare la spesa assistenziale in deficit, non trova però il modo per migliorare le proprie performance ed evitare l’appellativo di “cattivo pagatore” nei confronti di aziende e partite IVA che prestano i propri servizi per le strutture pubbliche e che, a causa dei ritardi nel ricevere il proprio compenso, subiscono gravi ripercussioni nei loro bilanci. Con tutto ciò che ne consegue anche in termini di riduzione di investimenti, di perdita di posti di lavoro e di distruzione di valore economico.

L’osservanza dei tempi di pagamento nei confronti di chi fa impresa in Italia è doveroso, non perché ce lo chieda l’Europa, ma perché si tratta di operatori economici che rischiano in proprio e che chiedono solo che le pubbliche amministrazioni rispettino gli impegni presi nei loro confronti. Il Governo delle quattro sinistre si occupi di questo, e lo faccia in fretta.

Oftalmico di Torino, fermiamo lo spezzatino e torniamo all’integrità dei suoi servizi d’eccellenza

“La sanità privata non è Belzebù”, ha affermato l’Assessore regionale Icardi ieri a margine del dibattito sul tema in Consiglio regionale. Condivido totalmente e ritengo che la sua recente apertura ad un maggiore coinvolgimento del mondo privato nell’erogazione dei servizi sanitari alla cittadinanza sia da sostenere. Ciò, non per sostituire il servizio pubblico o per fare un favore a chicchessia. Ma per migliorare la sanità piemontese, già eccellente dal punto di vista delle prestazioni e del personale medico, introducendo finalmente elementi di efficacia e di efficienza organizzativi, che possono affermarsi solo attraverso una sana competizione.

Proprio quell’efficacia e quell’efficienza organizzativa che, ad esempio, è stata azzerata con la scellerata decisione della precedente Giunta regionale di centrosinistra di smembrare una struttura – guarda un po’! – pubblica, come l’Ospedale Oftalmico di Torino, uno dei più importanti centri per la terapia medica e chirurgica della retina, per i trapianti di cornea, per lo studio del glaucoma, per l’ortottica, per l’oncologia oculare e per le maculopatie rare oftalmologiche; ma soprattutto un’eccellenza italiana, riconosciuta anche a livello mondiale dalla World Association of Eye Hospitals (WAEH), al pari di altri famosi ospedali oculistici monospecialistici come il National Eye Centre di Singapore, l’ospedale Oftalmico di Rotterdam, il St. Eriks Eye Hospital di Stoccolma e il Moorfields Eye Hospital di Londra.

Quella fu una decisione assurda, soprattutto in presenza di una (allora) recente e completa ristrutturazione della struttura di via Juvarra, all’avanguardia sia per l’organizzazione degli spazi, sia per la sicurezza. Ristrutturazione che ha gravato per alcuni milioni di euro sul bilancio regionale e che, oggi, rischia di rappresentare uno spreco di risorse dei contribuenti.

All’integrità dell’Oftalmico, la sinistra ha invece opposto lo spezzatino delle attività, prima svolte in una sola sede, indirizzandole anche al San Giovanni Bosco e alla Città della Salute, e determinando così ulteriori costi per i lavori di adeguamento dei nuovi locali e per le nuove attrezzature.

A ciò, come era facilmente prevedibile, si è aggiunto il disagio arrecato ai cittadini, costretti a richiedere servizi e competenze in più presidi molto distanti tra loro. E, ultimo ma non meno importante, la “fuga” dei migliori primari nell’organico dell’Oftalmico verso le strutture private operanti in Città. Sono, infatti, numerosi i dirigenti medici di primo livello che, proprio negli ultimi tempi, hanno fatto domanda per trasferirsi altrove, come pure è emerso dal dibattito consiliare.

Se (anche) ciò avvenisse, sarebbe l’ennesimo depauperamento della sanità pubblica. Tuttavia, questo epilogo si può scongiurare evitando di lasciare l’Oftalmico in mezzo al guado: occorre intervenire subito per ripristinare l’integrità e l’unicità del presidio, tenendo fede alle promesse fatte in campagna elettorale.

Sono certo che il centrodestra che governa la Regione Piemonte e che si appresta a competere per la guida della Città di Torino saprà farsi carico di valorizzare una delle punte più avanzate della nostra sanità, mettendo fine a questa insostenibile situazione.

Un nostro emendamento al “Milleproroghe” per tutelare gli “esodati della flat tax”

Poichè il Governo giallo-rosso-fucsia con la Legge di bilancio 2020 è riuscito a creare altri 300.000 esodati, che potremmo definire gli “esodati della flat tax”, Forza Italia presenterà un emendamento pro-contribuenti al decreto Milleproroghe in discussione alla Camera, finalizzato a prorogare la possibilità per queste partite IVA individuali di avvalersi del regime forfetario al 15%, previsto nel 2019, anche nell’anno in corso.

In attesa che la questione possa essere risolta dall’Agenzia delle Entrate, magari con un’interpretazione di buon senso, in linea con quanto stabilito dallo Statuto dei diritti del contribuente abbiamo ritenuto importante intervenire in maniera tempestiva già nella legge di conversione del decreto: ciò con l’obiettivo di tutelare migliaia di lavoratori autonomi che vedrebbero lesi i loro diritti, a causa di una norma relativa al loro regime fiscale che è stata votata solo a fine dicembre dell’anno scorso e che, peraltro, sarà applicata anche al 2019, dunque con un effetto retroattivo inaccettabile.

 

Password di Stato? Il Ministro Pisano si occupi piuttosto di valorizzare le banche dati, mettendole al servizio di cittadini e imprese

Mi permetto di suggerire al Ministro Pisano di evitare di tornare sull’argomento dell’identità digitale e sulla cosiddetta “password di Stato” per accedervi, visto il dietrofront cui è stata costretta quando ne parlò qualche settimana fa e visto il legame del suo partito di appartenenza con la “Casaleggio Associati”.

Condivido, infatti, che l’innovazione debba essere “al centro del dibattito politico”, come lei stessa ha affermato intervenendo nella giornata di ieri all’evento “Intesa Sanpaolo, motore per lo sviluppo sostenibile e inclusivo”.

Tuttavia, ritengo che le priorità per il nostro Paese siano da ricercare nel sanare quelle inefficienze delle strutture pubbliche che, secondo Confindustria Digitale, costano circa 30 miliardi all’anno, cioè quasi due punti di PIL: penso al completamento dell’anagrafe nazionale della popolazione residente, che dovrebbe concludersi quest’anno ma che, ad oggi, coinvolge circa due terzi dei Comuni italiani; penso all’istituzione di un casellario delle prestazioni sociali che i vari enti pubblici erogano e che, in assenza di una piattaforma unica, rischiano di beneficiare i “furbetti” rispetto a chi ne ha davvero bisogno: stiamo parlando di una spesa che in Italia supera i 100 miliardi annui, e che è in continua crescita a causa dell’introduzione di ulteriori e costose misure assistenziali come il cosiddetto reddito di cittadinanza; penso all’incompletezza dei dati del casellario dei lavoratori attivi istituito nel 2005 presso l’INPS, che consentirebbe ad esempio ai cittadini di conoscere in tempo reale la propria posizione contributiva; penso, infine, ai software per la lettura del fascicolo sanitario elettronico, peraltro introdotto finora da sole 12 Regioni, che spesso non possono essere utilizzati dalle aziende ospedaliere per l’assenza di applicativi idonei, con l’ovvia conseguenza di moltiplicare esami e spesa sanitaria.

Insomma, servono interventi e investimenti per per offrire servizi innovativi ai cittadini e alle imprese, portando finalmente a termine i dossier aperti e lavorando sulla condivisione e sull’integrazione delle molteplici banche dati in possesso dei vari enti pubblici.

Intervento in Aula su Legge di Bilancio 2020

Di seguito, l’intervento fatto alla Camera in data 22 dicembre, in merito alla Legge di Bilancio 2020 presentata dal Governo al Parlamento. Trovate sia il testo integrale del discorso che il video.

 

Testo discorso

Grazie Presidente,

Onorevoli colleghe e colleghi, rappresentanti del Governo,

la discussione odierna sulla Legge più importante per lo Stato, la Legge di bilancio, in questo caso per il triennio 2020-2022, rappresenterebbe certamente un momento cruciale per il nostro Paese, perché in questa sede, e prima ancora nelle Commissioni di merito, tutti i gruppi parlamentari – quantomeno le opposizioni – avrebbero potuto esprimere le proprie posizioni e proporre le proprie ricette di politica economica.

Peccato, però, che nel cosiddetto “anno bellissimo”, quello cioè che sta volgendo al termine, la discussione in questo ramo del Parlamento sia stata totalmente negata, costringendoci ad annullare il nostro ruolo di rappresentanti dei cittadini e degradando la nostra funzione di legislatori a quella del “passacarte”.

Certo, dal mese di ottobre in avanti abbiamo però potuto osservare un balletto di dichiarazioni, di provvedimenti ipotizzati, altri spuntati all’ultimo, retromarce a seguito di legittime reazioni, specie del mondo produttivo, un balletto – dicevo – che si è svolto quasi esclusivamente sui mezzi di informazione, poi per pochi giorni al Senato e infine per nulla qui, nelle sedi opportune della Camera dei Deputati.

Un iter inaccettabile, mai visto prima se non in rarissime eccezioni, che ha costretto i gruppi di opposizione – che, lo ricordo a me stesso, rappresentano la maggioranza degli Italiani, come tutte le elezioni dal marzo 2018 ad oggi hanno certificato – a ricorrere alla Corte Costituzionale.

Oltre a questo aspetto, mi interessa però sottolineare come in questa Legge di bilancio manchino del tutto interventi di natura strategica, che cerchino in qualche modo di affrontare i problemi “di sistema” del nostro Paese: penso all’inadeguatezza ormai conclamata, anche tragicamente, delle nostre infrastrutture materiali e immateriali; ad un sistema fiscale oppressivo sia dal punto di vista degli adempimenti, sia soprattutto in termini di entità del livello di tassazione a carico di cittadini e imprese; ad un mercato del lavoro che non consente una rapida formazione e ricollocazione di chi perde il proprio posto, anche a seguito della fin qui fallimentare attività dei navigator; ad una stratificazione burocratica che continua a generare costi insostenibili, sia finanziari e sia in termini di tempo sottratto al lavoro; ad una politica industriale totalmente assente e incapace di far fronte alle tante, troppe crisi aziendali che caratterizzano tante aree dell’Italia (e penso alla provincia da cui provengo, Torino, che negli ultimi anni ha visto la chiusura di numerosi stabilimenti industriali, il ricorso sempre maggiore alla cassa integrazione, con tutto ciò che ne è conseguito in termini di crollo dei consumi e, quindi, di decrescita economica che, ve lo garantisco, è stata – ed è! – decisamente infelice!!!).

Al contrario, si tratta di una Legge di bilancio con un orizzonte quotidiano (avrei voluto dire tattico, ma mi pare troppo), con provvedimenti spot che trovano, peraltro, copertura economica da un lato con entrate straordinarie – quindi, per natura non ricorrenti – come quelle previste dal cosiddetto collegato fiscale, e con il disinnesco delle “clausole di salvaguardia” sull’IVA in misura preponderante attraverso la tecnica del ricorso al maggior deficit per il primo anno (2020) e con la scelta, sempre di moda anche con chi doveva aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, di rinviare il problema agli anni successivi.

E anche quelle misure, residuali in termini di risorse disponibili sul complesso della manovra, come il taglio del cuneo fiscale, oltre a veder la luce a metà 2020, promettono di essere poco incisive sia per chi vedrà aumentare la propria retribuzione, sia più in generale per la crescita dei consumi interni, quindi della produzione nazionale e, in definitiva, degli indicatori economici dell’Italia nel contesto europeo e mondiale. Continuiamo, infatti, ad essere ultimi o penultimi nella classifica del PIL dei Paesi dell’UE, con tassi di crescita vicini allo zero.

Più tasse, più burocrazia, più assistenzialismo, più spesa corrente da un lato; meno investimenti, meno libertà, meno crescita economica, meno efficienza della pubblica amministrazione dall’altro: questa, in un tweet, è la sintesi della Legge di bilancio del Conte-bis.

E se anche andassimo a riesumare l’accordo di Governo del settembre scorso, potremmo certificare come, salvo la neutralizzazione dell’aumento dell’IVA – ottenuta, come dicevo poc’anzi, per 2/3 con il ricordo alla “flessibilità” concessa dall’Unione Europea, alias maggior deficit per il 2020 e maggior debito per le generazioni future – scopriremmo che di tutte le altre misure, definite “prioritarie”, di quell’accordo non vi è traccia, se non con risorse modeste: e parlo delle “misure  di  sostegno alle famiglie e ai  disabili, del perseguimento di politiche per l’emergenza abitativa, di misure di  deburocratizzazione e di semplificazione amministrativa, del rafforzamento  degli  incentivi per gli investimenti privati, dell’incremento della dotazione delle risorse per la scuola, per l’Università, per la ricerca e per il welfare”. A proposito, che fine ha fatto la minaccia di dimissioni del Ministro Fioramonti a seguito del mancato ottenimento di risorse per il suo Ministero in questa Legge di bilancio?

Su questi punti, che pure avevate indicato come qualificanti della legge di bilancio 2020, non possiamo esprimere giudizi proprio per la loro assenza, o per una presenza – se va bene – marginale, dal provvedimento in esame. Mentre risulta del tutto assente la “politica economica espansiva”, che nelle vostre intenzioni avrebbe dovuto “indirizzare il Paese verso una solida prospettiva di crescita e di sviluppo sostenibile”.

Gli stessi interventi per quello che viene definito “Green New Deal”, e cioè politiche orientate alla sostenibilità ambientale, sono in realtà misure finalizzate a trovare coperture finanziarie certe, qui e ora. Peccato, però, che si tratti di una previsione destinata a rimanere sulla carta, perché queste vere e proprie tasse sui consumi determineranno a consuntivo una contrazione degli investimenti, dei posti di lavoro, dei consumi stessi e, in definitiva, del gettito fiscale. Sarete costretti ad inventarvi altre tasse, aggravando ulteriormente la pressione fiscale complessiva!

Noi, al contrario, avremmo utilizzato tutta la flessibilità concessa (solo per il 2020, più di 16 MLD) e le risorse che avete confermato per il reddito di cittadinanza (7,1 MLD per il solo anno 2020, circa 25 miliardi nel triennio) per alcuni interventi in grado di stimolare la crescita del PIL del nostro Paese, attraverso:

  • un taglio consistente del cuneo fiscale per aumentare di 1000 euro all’anno gli stipendi dei lavoratori;
  • uno shock fiscale, con l’introduzione di una vera flat tax per tutti (al contrario, con questa legge si interviene penalizzando le partite IVA che ne avevano beneficiato a seguito della legge di bilancio 2019-2021), con la prospettiva di un inserimento in Costituzione di un tetto alla pressione fiscale, che nelle nostre intenzioni non deve superare un terzo del PIL e del reddito personale;
  • il pagamento debiti della PA nei confronti delle imprese che da troppo tempo aspettano di veder riconosciuto il loro diritto ad essere remunerati per il lavoro e i servizi offerti;
  • il sostegno concreto alle politiche per la famiglia, con l’obiettivo di invertire radicalmente il trend negativo della natalità, attraverso il riconoscimento di un assegno mensile di 150 euro fino al compimento del ventunesimo anno di età: per combattere la crisi delle nascite che – a causa dell’invecchiamento della popolazione – ci consegneranno fra 20 anni un crollo del 15% del PIL, servono interventi di natura strategica come quello che avevamo ipotizzato.

Questi, in estrema sintesi, sono gli assi portanti su cui avremmo concentrato il nostro lavoro parlamentare qualora ci fosse stato concesso e che abbiamo trasformato in emendamenti, tutti respinti senza discussione. Ma la precarietà della vostra maggioranza vi ha obbligati ad annullare ogni tipo di rischio in quest’Aula, e quindi siamo qui, oggi, a discutere in merito alla Legge più importante in attesa che, fra qualche ora, il Governo chieda l’ennesimo voto di fiducia, andando a puntellarne il record. E poco importa se lo stesso Presidente della Camera, colui cioè che nel discorso d’insediamento alla Terza carica dello Stato aveva, giustamente, sottolineato “la centralità del Parlamento” nella rappresentazione degli interessi dei cittadini e nella formazione delle leggi, oggi rinnovi il suo “appello al Governo affinché questa situazione non si ripeta più”.

E sempre in tema di citazioni più o meno lungimiranti, mi avvio alla conclusione ricordando le parole dell’attuale Presidente del Consiglio, il quale in occasione della sua prima legge di bilancio aveva affermato: “Ci sono tutte le premesse per un bellissimo 2019 e per gli anni a venire. L’Italia ha un programma di ripresa incredibile. C’è tanto entusiasmo e tanta fiducia da parte dei cittadini e c’è tanta determinazione da parte del governo”. Testuali parole, che poi lui stesso aveva dovuto retrocedere al rango di “battuta”, arrendendosi all’evidenza dei dati. I numeri, come si sa, sono freddi!

Per quest’anno ci siamo risparmiati sia le dichiarazioni roboanti, sia le battute.

Purtroppo per gli Italiani, però, se l’anno che sta per finire è stato tutt’altro che “bellissimo” (anzi!), il 2020 rischia di essere ancora peggio, con una legge di bilancio come quella che state per votare esclusivamente orientata al tassa (sempre di più) e spendi (sempre peggio). Una legge di bilancio che sarà ancora ostaggio delle clausole IVA e dell’assistenzialismo per i prossimi anni, e che aumenterà il grado di preoccupazione degli Italiani per la crisi economica (già stabilmente al primo posto, secondo il 56% in un recente sondaggio).

L’auspicio è che questa spirale negativa termini al più presto, e l’Italia abbia finalmente un Governo forte del consenso popolare, coeso nei valori e negli obiettivi e capace di lavorare ad una prospettiva di ripresa economica duratura, senza interventi spot ma con una programmazione di medio-lungo periodo.

Insomma, un Governo di centrodestra.

 

Video

Livanova, la prima buona notizia è il ritiro dei licenziamenti. Ora si sostenga il distretto biomediacale del nostro territorio

La notizia di ieri relativa al ritiro degli 83 licenziamenti previsti a Saluggia da parte della LivaNova è senza dubbio una novità importante per il nostro territorio. Che merita di essere sottolineata, anche perché è giunta dopo una mobilitazione che ha coinvolto le Istituzioni a tutti i livelli, a seguito della quale avevo presentato un’interrogazione urgente al Ministro per lo Sviluppo Economico.

Regione, Provincia di Vercelli, Comuni, Prefettura, Sindacati, tutti i soggetti coinvolti hanno lavorato in sinergia, ottenendo un primo importante risultato, evitando la perdita del lavoro per tante persone: ora si tratta in primo luogo di vigilare affinché l’attuale produzione rimanga nel sito saluggese e, in secondo luogo, di porre le condizioni affinché questa area del nostro Piemonte, un vero e proprio distretto biomedicale che si trova cavallo tra il chivassese e il vercellese, possa continuare ad offrire lavoro e opportunità, diventando sempre più attrattivo per le aziende del comparto.

A tal proposito, l’idea dei sindaci del territorio di creare un centro di ricerca in partnership con il Politecnico di Torino è certamente da perseguire. In più, credo sia necessario mettere in agenda un incontro con la proprietà e il management delle aziende che si trovano nell’area ex Sorin, per individuare gli interventi di natura pubblica che i diversi soggetti istituzionali potrebbero mettere in campo per sostenere e valorizzare la filiera produttiva: in accordo con gli amministratori locali, mi farò carico di questa richiesta.

Welfare, vigilare affinché “INPS per tutti” coinvolga anche i Comuni più piccoli

L’estensione ai più di 8000 Comuni italiani di “INPS per tutti” è certamente una buona notizia, perché consentirà una maggiore capillarità nel mettere i cittadini italiani a conoscenza delle prestazioni socio-assistenziali a cui hanno diritto.

Infatti, dopo la sperimentazione già attiva nelle maggiori Città, fra cui Torino, oggi l’INPS, l’Associazione nazionale dei Comuni d’Italia e la Caritas hanno siglato un accordo per estendere il servizio a tutte le comunità locali della nostra Penisola, andando quindi a sanare un’oggettiva iniquità di trattamento per chi vive in quelle più piccole e più geograficamente marginali. Realtà che, ad esempio, caratterizzano la mia regione, il Piemonte, dove più dell’80 per cento dei Comuni conta meno di tremila abitanti.

Ora si tratta di vigilare sui tempi di attuazione di tale accordo, con l’auspicio che siano rispettati e che anche il più piccolo dei Comuni italiani sia nelle condizioni di mettere a disposizione dei propri concittadini il servizio INPS.

Al Presidente Tridico auguro, infine, che “INPS per tutti” abbia miglior fortuna rispetto al progetto della cosiddetta “busta arancione” del suo predecessore: oggi, infatti, dopo più di tre anni dalla sua istituzione, il servizio è disponibile per solo un milione di dipendenti del comparto privato, rispetto ai sette milioni originariamente previsti, con una percentuale di copertura pari al 14% di quel campione, che già rappresentava una parte minoritaria rispetto al totale degli iscritti alla gestione previdenziale pubblica. Un servizio che, peraltro, grazie alla legge di conversione del decreto sul reddito di cittadinanza potrebbe aver chiuso definitivamente i battenti.