E’ inaccettabile l’esclusione dei professionisti dai contributi al fondo perduto

Dalla lettura del testo – finalmente definitivo – del cosiddetto Decreto Rilancio abbiamo appreso che, con l’articolo 25, il Governo Conte ha disposto l’esclusione di tutti i professionisti iscritti agli ordini e ai collegi dai contributi a fondo perduto, previsti per gli autonomi e per le imprese che nel mese di aprile di quest’anno abbiano registrato un calo superiore a un terzo del fatturato rispetto allo stesso mese del 2019.

Perchè la sinistra vuole punire una categoria che conta 2,3 milioni di lavoratori, che hanno peraltro svolto un ruolo di cruciale utilità in questi mesi, accompagnando cittadini e aziende nella quantomai complessa burocrazia che continua a caratterizzare il rapporto dei cittadini e delle imprese con lo Stato?

Un ruolo riconosciuto dallo stesso Governo, che quando ne ha avuto bisogno ha incluso i professionisti nelle “categorie essenziali”. Essenziali solo finché servono, a quanto pare. E’ inaccettabile privare di un aiuto concreto una tra le fasce piu’ colpite da questa crisi, già penalizzata fortemente nel corso della quarantena con misure di supporto irrisorie.

Gli esponenti dell’attuale Governo si rendono conto che esistono migliaia di studi professionali che hanno importanti ricadute occupazionali sui propri territori? E’ urgente che si provveda ad eliminare questa esclusione, quanto mai errata nel principio e scorretta nella sua applicazione.

Rilancio del settore automotive, il grande assente nel DL cosiddetto Rilancio

Il crollo del mercato auto in Italia non è stato ritenuto sufficiente dal Governo per inserire un provvedimento nel decreto, si fa per dire, “rilancio” a favore del settore automotive. E’ un fatto grave, perché abbiamo assistito ad un crollo del mercato auto in Italia nel mese di aprile del 97,5 per cento, il maggiore dell’intera Ue.

Abbiamo sentito il grido di allarme delle associazioni di categoria, Anfia in primis, che hanno denunciato la condizione di stop totale alle filiere come un caso sostanzialmente unico in Europa, il che ha generato e genera rischi relativi a perdite di importanti commesse. Abbiamo visto le proiezioni, che ci parlano di un rischio di perdita di 30.000 posti di lavoro (dati Unrae).

In un quadro del genere, per primi come Forza Italia avevamo proposto: detrazione Iva per flotte aziendali come nel resto d’Europa, bonus rottamazione anche per la sostituzione dei veicoli meno recenti con auto ad alimentazione benzina o diesel di ultima generazione, incentivi all’acquisto tramite esenzione triennale o quinquennale dal bollo auto ed eliminazione Ipt.

Pertanto, lo ribadisco: serve, con un urgenza, un vero e proprio ‘pacchetto-auto’, fatto da azioni semplici, attuabili e che darebbero un certo impulso ad un mercato ormai ridotto ai minimi termini. Dopo giorni di attesa ci sono arrivate 541 pagine dell’ennesimo decreto, ma neanche una riga di interventi per un settore così strategico per il nostro Paese.

Una scelta tanto miope quanto pericolosa. Ecco perché abbiamo raccolto l’appello promosso da Federauto, trasformando in emendamenti le nostre proposte.

Rinnovo dei vertici di Seta SPA, si proceda con un bando pubblico

Un interessante dibattito, esclusivamente giornalistico. Basato, per lo più, su indiscrezioni relative ad accordi che si starebbero delineando fra i Sindaci e, si dice, tra gli schieramenti politici più rappresentativi. Questo finora è ciò che “passa il convento” in merito al prossimo rinnovo della governance di Seta SPA. O, quantomeno, questa è la mia sensazione.

Seta – lo ricordo in primis a me stesso – è una società a controllo pubblico che si occupa di raccolta e smaltimento dei rifiuti nel territorio del Consorzio di bacino 16, quindi anche nel Comune in cui svolgo il mio mandato di Amministratore locale, ancorché al momento di minoranza.

Pertanto, contrariamente a quanto successo finora, ritengo che i tempi siano maturi affinché il tema di chi dovrà guidare quell’azienda per i prossimi tre anni assuma finalmente carattere pubblico e trasparente, anche in considerazione dei suoi numeri di bilancio e delle implicazioni che essi hanno avuto, hanno e avranno sulla bollettazione a carico dei cittadini del nostro territorio.

Tutti noi, infatti, ricordiamo i 68 milioni di euro di debiti che Seta aveva nel 2012, che la portarono ad un passo dal default, con tutto ciò che un’eventualità del genere avrebbe determinato in termini di qualità del servizio pubblico e di perdita di posti di lavoro. Numeri che nel corso di questi ultimi otto anni sono decisamente migliorati, fino a determinare per la prima volta nel 2019 un utile netto pari a circa 2,5 milioni: un risultato, quest’ultimo, di cui bisogna dare atto all’attuale compagine di vertice.

Serve discontinuità, dunque? Nei nomi, è corretto discuterne. Nel metodo di selezione, certamente sì. Ecco perché mi permetto di intervenire su questo argomento, evidenziando l’opportunità di operare le scelte che si rendono necessarie per il Consiglio di amministrazione e per il Collegio sindacale del prossimo triennio attraverso la redazione di un bando pubblico, aperto a tutte quelle professionalità che volessero rendersi disponibili e rimettendo tali professionalità alla valutazione dell’assemblea dei Sindaci del Consorzio. In ciò, innovando rispetto all’attuale modalità prevista dalla Convenzione fra i Sindaci del gennaio 2014 (che aveva valenza quinquennale, con tacito rinnovo), e adeguando la procedura a quella che oggi viene adottata ormai nella totalità delle nomine pubbliche.

Tra l’altro, un bando pubblico consentirebbe di valutare, in via preventiva attraverso la raccolta dei curricula, la presenza, in capo ai candidati, dei requisiti di professionalità e onorabilità richiesti dal decreto legislativo 175/2016, che disciplina in maniera specifica le società in controllo pubblico, e l’assenza di cause di inconferibilità e incompatibilità ai sensi del decreto legislativo 39/2013.

Vorranno i Sindaci oggi in carica, specie quelli che detengono le quote più rilevanti di Seta, dare un segnale di apertura e di trasparenza, mettendosi al riparo, oltreché dalle critiche, soprattutto da successive eventuali segnalazioni all’ANAC?

Poiché sono un ottimista di natura e perché – come è noto – i rifiuti non sono “né di destra, né di sinistra”, auspico che questa sia la volta buona per avviare per la governance di Seta una nuova stagione, attraverso una procedura ad evidenza pubblica del tutto identica a quelle che stanno adottando altre realtà aziendali equiparabili: una nuova stagione in cui siano privilegiate e valorizzate le competenze in campo ambientale.

Asti-Cuneo, bene il via libera del Cipe. Adesso però aspettiamo la ripartenza del cantiere

Il Cipe oggi ha dato il via libera all’ennesimo nuovo schema di finanziamento per il completamento dell’autostrada Asti-Cuneo? E’ certamente una buona notizia, che diventerà ottima quando la promessa del marzo dell’anno scorso del premier Conte di far ripartire il cantiere “entro l’estate” si tramuterà finalmente in realtà.

Al Ministro Dadone, che nella sua dichiarazione sottolinea “la cura e l’attenzione per il dossier” da parte del Presidente del Consiglio, giova ricordare che dal giorno di quella promessa sono passati circa 14 mesi e che le “evidenti e ripetute manovre burocratiche e di palazzo per affondare l’opera”, con cui tenta di giustificare l’ulteriore tempo perso, potrebbero essere facilmente associate a Governi e a Ministri sostenuti dal suo partito e/o dal PD.

In questo quadro, sono certo che il concessionario abbia tutto l’interesse a partire con i lavori il prima possibile, avendo dovuto assistere, suo malgrado, al balletto delle soluzioni messo in atto dai Governi nazionali che si sono susseguiti negli ultimi anni: un clima di incertezza che – questo sì! – è sembrato uno scherzo nei confronti dei piemontesi che da troppo tempo attendono di poter dotare il proprio territorio di un’infrastruttura determinante per l’economia della nostra Regione

E’ urgente mettere in campo un “pacchetto-auto”, per frenare il crollo delle nuove immatricolazioni nel 2020

Nei giorni scorsi abbiamo purtroppo dovuto prendere atto di come il mercato dell’auto abbia registrato nell’aprile di quest’anno un crollo delle nuove immatricolazioni di circa il 97 % rispetto all’aprile dell’anno scorso. La stessa cosa è avvenuta a marzo, e i primi giorni di maggio stanno confermando questo drammatico trend: in quadro del genere, le stime a fine anno portano ad ipotizzare addirittura 500.000 immatricolazioni in meno rispetto al 2019. Un numero che, se venisse confermato, metterebbe una seria ipoteca sulla capacità del nostro tessuto industriale di reggere alla concorrenza straniera, con tutte le conseguenze negative in termini di (dis)occupazione che ciò porterebbe con sé. Il comparto automobilistico genera, infatti, il 10% del PIL del nostro Paese e conta circa 1.200.000 posti di lavoro, diretti ed indiretti; è caratterizzato da una filiera straordinaria di piccole e medie imprese, specie in Piemonte, che fonda la propria attività sulla fornitura ai produttori, sia italiani, sia esteri.

Nella cosiddetta “fase tre”, quella cioè della ricostruzione post-coronavirus, serviranno pertanto misure coraggiose, finalizzate al rinnovo del parco auto degli italiani, che oggi è fra i più obsoleti a livello europeo. E’ necessario che il Governo metta subito in campo un vero e proprio “pacchetto-auto” che preveda, da un lato, significativi incentivi alla rottamazione da sommare a quelli delle case automobilistiche e, dall’altro lato, interventi di natura fiscale, come l’abolizione dell’IPT e l’esenzione pluriennale della tassa di circolazione per chi acquisti veicoli con motorizzazione elettrica, ibrida o tradizionale a basso impatto ambientale; nonché, per quanto riguarda il sempre più importante mercato delle flotte aziendali, l’allineamento con gli altri Paesi europei sia dei termini di detraibilità dell’IVA, sia dell’entità della quota d’ammortamento.

Serve una progettualità per la ripartenza, perché prima o poi la cassa integrazione e i bonus finiscono

Quando, nel corso della discussione generale sul Documento di Economia e Finanza, sottolineavo l’assenza in quel testo di una strategia per la fase post emergenziale, la mia preoccupazione era (ed è) esattamente quella del neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi, esplicitata oggi in modo molto chiaro in una sua intervista: il rischio, cioè, che quando finiranno le risorse destinate alla cassa integrazione, al reddito di emergenza, ai bonus per i lavoratori autonomi e a tutti gli interventi straordinari di queste settimane, la situazione del nostro tessuto economico-produttivo sarà notevolmente compromessa, per mancanza di ordini e per non aver potuto effettuare gli investimenti necessari a reggere il passo con i nostri competitori sui mercati. Con la terribile conseguenza di un crollo dei posti di lavoro, ben superiore ai 500.000 stimati dal Governo nel 2021, che potrebbe verificarsi già dopo l’estate, facendoci precipitare in un’emergenza sociale drammatica.

E’ fondamentale pertanto infondere fiducia al nostro sistema produttivo, per consentirgli di ripartire da subito su basi solide: ecco perché Forza Italia ha predisposto un nutrito pacchetto di proposte per i prossimi provvedimenti, in cui alla liquidità necessaria per fronteggiare l’emergenza ha affiancato interventi per la semplificazione, per lo sblocco dei debiti della PA e, soprattutto, per un taglio ‘poderoso’ delle tasse. Proposte che mirano a favorire la libertà d’iniziativa e a incentivare l’impresa che crea valore per la nostra comunità nazionale, a scapito di un neointerventismo dello Stato in economia fuori dal tempo.

Intervento in Aula – Def e scostamento di Bilancio

Intervento in Aula – Def e scostamento di Bilancio

Sono intervenuto alla Camera, in rappresentanza del mio gruppo parlamentare, nell’ambito della discussione e del voto sul DEF (Documento di Economia e Finanza) e sul relativo scostamento di Bilancio richiesto dal Governo per far fronte all’emergenza Coronavirus.

Ci aspettano, come scritto dal Governo stesso nel DEF, forti perdite di quota del PIL (130 miliardi nella migliore delle ipotesi), minori incassi fiscali, una disoccupazione crescente ancor più di quanto già lo fosse prima dell’emergenza. Le misure previste per contrastare questo tsnuami, sono del tutto insufficienti. E rimangono, cosa ancor più grave, nel campo dei perenni annunci.

Qui il mio intervento integrale:

Lombard Bond dimostrano che si può fare, adesso aprire il dossier anche in Piemonte

Qualche settimana fa avevo provato a formulare qualche proposta per la ripartenza del Piemonte, anche a seguito del dibattito che si era aperto in merito all’ipotesi di concedere poteri commissariali al Presidente Cirio sui temi economici, in una fase così critica per le nostre imprese. Tra di esse, avevo segnalato l’opportunità di immaginare delle forme di obbligazioni su base regionale per poter sostenere gli interventi per l’economia reale e gli investimenti necessari per il nostro territorio, prevedendo una modalità che rendesse vantaggioso, sia per i sottoscrittori, sia per la Regione, l’impiego volontario del risparmio privato. Li avevo definiti “Piemonte Bond”.

Nei giorni scorsi la Regione Lombardia ha annunciato un piano straordinario di investimenti per i Comuni del valore complessivo di 3 miliardi, finanziato proprio con l’emissione di titoli chiamati Lombard Bond. Un’iniziativa della Giunta lombarda davvero molto interessante, che ricorda quanto già fatto proprio in Lombardia dopo la crisi economica che segui gli attentati terroristici alle Torri Gemelle l’11 settembre 2001. Tutto ciò dimostra che le Regioni possono agire in tal senso, con ottime possibilità di successo. Mi auguro, pertanto, che anche la mia Regione valuti quanto prima la possibilità di attivarsi nella stessa direzione, facendo dei Piemonte Bond il primo tassello per progettare e finanziare adeguatamente la ripartenza economica.

Decreto Liquidità, per evitare la chiusura delle imprese, il Governo ascolti le proposte di Forza Italia

Come ha giustamente evidenziato il Presidente Berlusconi stamane nella sua lettera al Sole 24 ore, il cosiddetto Decreto Liquidità rischia di ottenere un effetto paradossale, e cioè di garantire alle imprese le risorse appena sufficienti per pagare le tasse a fine giugno di quest’anno. Ecco perché Forza Italia ritiene importante un’azione parlamentare per modificare profondamente quel provvedimento: l’obiettivo deve essere quello di mettere a disposizione delle aziende uno strumento davvero efficace, per consentirgli di fronteggiare la crisi che stanno vivendo e, dunque, di proseguire la loro attività produttiva.

Le nostre proposte saranno prioritariamente finalizzate ad ottenere il rinvio degli adempimenti fiscali a carico delle imprese almeno al 30 novembre, dando qualche mese in più rispetto all’attuale previsione normativa; la modifica dei tempi previsti per il rimborso, perché i 6 anni stabiliti dal Decreto possono oggettivamente diventare insostenibili per moltissimi imprenditori; infine, la semplificazione e, quindi, la velocizzazione delle procedure per ottenere il finanziamento bancario garantito dallo Stato, perché il fattore tempo è un elemento determinante nell’attuale situazione.

Il nostro unico intento è quello di scongiurare la chiusura o il ridimensionamento delle imprese del nostro tessuto economico-produttivo: ci aspettiamo pertanto che il Governo cambi atteggiamento nei confronti delle proposte del centrodestra e, finalmente, se ne faccia carico nell’interesse dell’Italia.

Un mese dopo aver promesso liquidità a cittadini e imprese, per il PD la priorità è introdurre nuove tasse sui redditi

Mentre siamo ancora in attesa di capire quando i cittadini e le imprese potranno finalmente vedere gli effetti della “potenza di fuoco” promessa da Conte con le misure, a suo dire, “poderose” del decreto liquidità, mentre i lavoratori dipendenti e le partite IVA vedono sfumare l’impegno preso dallo stesso Presidente del Consiglio di ricevere l’accredito della cassa integrazione e del bonus “entro il 15 aprile”, mentre nemmeno un euro dei circa 25 miliardi di scostamento del deficit autorizzati dal Parlamento ormai un mese fa è finito sui conti correnti di chi sta pagando il prezzo più alto per l’emergenza economica dovuta al coronavirus, in tutto questo quadro il PD, immediatamente superato a sinistra dai suoi alleati, pensa bene di introdurre una nuova tassa patrimoniale sul reddito, che va ad aggiungersi a quelle sugli immobili. Insomma, il risparmio degli italiani come soluzione alla crisi.

Peccato che si tratti di una misura del tutto propagandistica e di scarsa efficacia, che garantirebbe, forse, un livello di gettito minimo e comunque assolutamente insufficiente rispetto alla quantità di liquidità immediata necessaria per sostenere il nostro tessuto economico e che, al contrario, avrebbe degli effetti recessivi.