Alta velocità a Torino, alle parole seguano i fatti

Quanto emerso questa mattina nel corso dell’audizione di Trenitalia in Commissione Trasporti alla Camera è certamente un primo elemento positivo in merito al mantenimento di un servizio ferroviario ad alta velocità adeguato al nostro capoluogo regionale. Si tratta, pertanto, di vigilare affinché RFI e Trenitalia garantiscano con l’orario invernale i collegamenti da e per Torino, sia con Roma, sia con Milano, sia con le altre grandi città del nord, in modo che le parole espresse in un ambito istituzionale si traducano immediatamente in fatti.

Resta, tuttavia, il tema più generale delle maggiori città piemontesi che, a differenza di quanto avviene in altre regioni, non hanno un accesso diretto alla linea ad alta velocità, pur essendone attraversate: si pensi al nodo di Chivasso o a quello di Novara. Trenitalia, nei suoi comunicati, sottolinea giustamente come il servizio AV in Italia preveda sempre “più treni in più stazioni”. Tutto vero, tranne che per il Piemonte, che su questo aspetto paga i cinque anni di inerzia della Giunta regionale precedente. E’ il momento di occuparsene.

Dichiarazione di voto – Decreto Fiscale

A nome del gruppo di Forza Italia, ho spiegato le ragioni del nostro convinto no al Decreto Fiscale 124/2019. 

Di seguito, il testo integrale del mio intervento

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Grazie Presidente,

Rappresentante del Governo, Onorevoli colleghe e Onorevoli colleghi,

nell’affrontare la discussione generale della legge di conversione del DL 124/2019 vorrei soffermarmi in via prioritaria sul suo titolo, che recita: “Disposizioni urgenti in materia fiscale e per esigenze indifferibili”. Tale definizione contiene due aggettivi che meritano una riflessione preliminare, perché l’intenzione dell’attuale Governo giallo-rosso è quella di prevedere disposizioni, cosiddette, “urgenti”, a fronte di esigenze, cosiddette, “indifferibili”.

E allora mi sono chiesto – dopo il ciclo di audizioni e dopo la maratona notturna sugli emendamenti che avevano suscitato le maggiori perplessità, non solo da parte del nostro gruppo e degli altri gruppi del centrodestra, ma anche da parte di numerose Istituzioni intervenute in commissione – davvero queste disposizioni sono così “urgenti” e rispondono a esigenze, appunto, “indifferibili”?

La risposta è no. Senza alcun dubbio, dal nostro punto di vista.

Ci troviamo ancora, infatti, in una congiuntura economica che continua a registrare livelli di crescita del Prodotto interno lordo del nostro Paese prossimi allo zero, fanalino di coda in tutta Europa.

Gli stessi provvedimenti che erano stati posti in essere con la legge di bilancio del precedente Governo hanno dimostrato, nei loro indicatori più importanti, un impatto pressoché nullo sulla crescita economica del sistema-Italia, sia dal punto di vista dei consumi interni, sia dal punto di vista dei livelli di occupazione.

Cito, fra tutti, il cosiddetto “reddito di cittadinanza”, che nelle intenzioni di chi l’ha proposto – vorrei dire, imposto – avrebbe dovuto raggiungere un duplice obiettivo: “abolire la povertà” (sic) e favorire l’incontro fra offerta e domanda di lavoro.

In realtà, come tutti i dati confermano, quel nuovo istituto di welfare non solo non ha ridotto in maniera significativa le aree di disagio presenti ormai in molte aree e situazioni periferiche del nostro Paese; non solo non ha aumentato l’occupazione, se non sostanzialmente per i soli “navigator”, per coloro cioè che avrebbero dovuto facilitare quell’incontro, ma che in realtà hanno dovuto affrontare – loro stessi!!! – un percorso formativo finalizzato all’entrata in ruolo all’interno del sistema dei Centri/Servizi per l’Impiego su tutto il territorio nazionale.

Quel provvedimento, invece, ha destinato e impiegato ingenti risorse pubbliche (circa 24 miliardi stanziati nel triennio 2019/2021) – risorse che, come è noto, sono dei contribuenti – per finanziare una spesa corrente di natura assistenziale che va in contrasto con quanto serva a dare fiato alla nostra economia, ovvero un corretto impiego verso spese di investimento, che nella nostra filosofia sono rappresentate da una drastica diminuzione del carico fiscale e da una precisa scelta orientata alle infrastrutture strategiche, materiali e immateriali.

Ecco perché, secondo noi, un decreto in materia fiscale basato su approccio punitivo nei confronti di chi fa impresa in Italia, che non apre mercati, che aggiunge adempimenti e passaggi burocratici, che è in linea con la malsana idea che l’evasione fiscale si combatta con l’inasprimento delle pene e non, come dappertutto nel mondo, con una grande operazione di semplificazione e di riduzione del carico fiscale per imprese e cittadini, ecco secondo noi un decreto del genere non può definirsi né “urgente”, né “indifferibile”!

Proprio in questi giorni, infatti, è stato pubblicato dalla Banca Mondiale il rapporto Paying Taxes 2020. In quel documento, si registra la retrocessione dell’Italia al 128mo posto nella classifica generale dei livelli di tassazione; e l’aumento del carico fiscale complessivo delle imprese, che raggiunge il 59,1% dei profitti commerciali. Inoltre, il rapporto certifica come siano 238 le ore dedicate dalle imprese italiane agli adempimenti fiscali. Tutti questi dati sono superiori alla media europea e confermano come il sistema Italia sia ostile agli investitori, che non individuano fattori di attrazione.

Al contrario, l’Italia continua a perdere appeal a causa dell’eccesso di burocrazia, della giustizia lumaca e delle fiscalità rapace. Il Governo Conte bis sta esasperando i fattori che penalizzano la nostra competitività con l’aumento della tassazione complessiva, con l’ossessione sanzionatoria e con la mancanza di iniziative finalizzate alla semplificazione burocratica.

Il decreto fiscale all’esame dell’Aula non interviene su questi aspetti, anzi rischia di aggravarli, facendoci scivolare ancora più giù nella classifica mondiale dei Paesi in cui valga la pena investire!

E dire che in Italia esiste una precisa norma di legge, la n. 212 del 27 luglio 2000, comunemente conosciuta come “Statuto dei Contribuenti”, che dovrebbe andare nella direzione opposta, ovvero quella della chiarezza delle disposizioni tributarie, della semplificazione, delle garanzie del contribuente.

Si pensi all’articolo 6, recante: “Conoscenza degli atti e semplificazione”, quando al comma 3 si stabilisce come “il contribuente possa adempiere le obbligazioni tributarie con il minor numero di adempimenti e nelle forme meno costose e più agevoli”, oppure, al comma 4, quando si prevede che – e cito testualmente l’intero comma – “al contribuente non possono, in ogni caso, essere richiesti documenti ed informazioni già in possesso dell’amministrazione finanziaria o di altre amministrazioni pubbliche indicate dal contribuente”.

A tal proposito, in linea con i principi dello Statuto del Contribuente avevamo ad esempio previsto, con un nostro emendamento all’articolo 16, l’abolizione della comunicazione dei dati delle liquidazioni IVA a carico delle imprese, in considerazione del fatto che con l’avvio dell’obbligo di fatturazione elettronica è già possibile un controllo puntuale e capillare, da parte dell’Amministrazione finanziaria, dei versamenti IVA dovuti dai soggetti passivi. Emendamento che, purtroppo per i contribuenti italiani, non è stato accolto e che li costringerà a duplicare gli adempimenti.

E proprio in tema di appesantimento degli adempimenti burocratici a carico delle imprese, l’articolo 4 del decreto Legge 124 introduce un complesso meccanismo di controllo incrociato tra committenti e appaltatori, costringendo i primi a svolgere il ruolo di controllori e a doversi far carico di procedure complesse che, a conti fatti, riusciranno più a complicare la normale operatività delle imprese oneste che non a contrastare le pratiche scorrette di quelle disoneste.

La misura prevede, infatti, che nei casi in cui un committente affidi ad un’impresa l’esecuzione di un’opera, il versamento delle ritenute fiscali per i lavoratori impiegati in quell’appalto sia effettuato direttamente dal committente stesso, a cui l’appaltatore deve anticipare le somme. In tal modo si chiede alle imprese di sottrarre liquidità propria, senza peraltro poter utilizzare le compensazioni con i rispettivi crediti fiscali.

Certo, qualche correttivo in sede di commissione è stato introdotto.

Ma solo perché il Governo e la sua litigiosa maggioranza hanno approvato o fatto propri alcuni emendamenti migliorativi del testo presentati dal gruppo di Forza Italia.

Abbiamo, per esempio, ottenuto con l’emendamento a prima firma Cattaneo di ridurre la periodicità del termine di trasmissione dei dati delle operazioni con soggetti non residenti in Italia, il cosiddetto Esterometro, prima mensile e, dopo il nostro intervento, con scadenza trimestrale.

Con l’emendamento del Presidente Gelmini abbiamo, poi, fatto sì che il versamento delle imposte di bollo sulle fatture elettroniche, nel caso in cui gli importi non superino la soglia minima annua di 1000 euro, possa essere effettuato in due tranche con cadenza semestrale (16 giugno e 16 dicembre di ciascun anno), al fine di semplificare e ridurre gli adempimenti dei contribuenti.

In merito alla lotteria degli scontrini, pur segnalando come si configuri come un timidissimo primo esperimento di provvedimento orientato al “contrasto di interessi fiscali”, abbiamo da un lato ottenuto un differimento di sei mesi, al 1° luglio 2020, della sua data di avvio.

Dall’altro lato, facendo recepire l’emendamento Baratto sulla riduzione della sanzione applicabile nei casi in cui l’esercente si rifiuti di acquisire o non trasmetta il codice fiscale del cliente, impedendogli così di poter partecipare alla lotteria, abbiamo concorso all’eliminazione della sanzione, sostituita con la possibilità di una segnalazione da parte del consumatore nella sezione dedicata del Portale Lotteria.

Infine, è stata modificata la modalità di identificazione del cliente, con l’introduzione di un apposito codice lotteria in luogo del codice fiscale.

In tema di trasparenza dei costi relativi alle commissioni bancarie per i pagamenti effettuati con carte di credito o di debito, l’approvazione dell’emendamento Gelmini all’articolo 22 ha previsto l’obbligo per gli operatori finanziari di trasmettere mensilmente per via telematica agli esercenti l’elenco e le informazioni relative alle transazioni effettuate con il POS o con altre piattaforme di pagamento in un determinato periodo, attraverso una modalità definita dalla banca d’Italia entro 30 giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione.

In merito, poi, alla sanzioni per la mancata accettazione di pagamenti effettuati con carte di credito e di debito, abbiamo condiviso – ottenendo la soppressione dell’articolo 23 – le preoccupazioni del Consiglio nazionale dei Commercialisti ed esperti contabili, nonché di Confartigianato: grazie a Forza Italia, con gli emendamenti Porchietto e Baratto è stata abrogata la norma che prevede l’obbligo, da parte di commercianti e professionisti, di accettare pagamenti con carte di credito o di debito, con la conseguente eliminazione delle sanzioni precedentemente previste (ovvero 30 euro, più il 4% del totale della transazione).

L’esecutivo voleva, ancora una volta, punire in modo incomprensibile chi ogni giorno alza la saracinesca del proprio negozio e chi, con spirito di impresa, prova a costruirsi un futuro lavorativo autonomo: Forza Italia, con una seria e scrupolosa azione parlamentare, ha sventato questo ennesimo attacco al ceto medio.

E’ doveroso, ancora, sottolineare l’emendamento Barelli finalizzato ad escludere con certezza dall’applicazione dell’IVA al 22% le scuole di formazione e di avviamento alla pratica sportiva, lasciandole nel campo dell’esenzione in quanto prestazioni didattiche; e il contributo importante dell’emendamento Prestigiacomo per la formulazione definitiva della norma di riduzione al 5% dell’IVA per alcuni prodotti di protezione dell’igiene intima femminile, nonché il rinvio delle sanzioni previste per il mancato utilizzo del “seggiolino anti abbandono” (con gli emendamenti Bergamini).

Infine, l’introduzione – con l’emendamento Pella – del “bonus TARI” a favore delle delle famiglie che versino in condizioni economico-sociali disagiate, conformemente con quanto già avviene con il bonus sociale per l’energia elettrica, per il gas e per il servizio idrico. Tale disposizione, che andrà ad esentare progressivamente dal pagamento della tariffa rifiuti circa 2 milioni di nuclei famigliari (dati IFEL), è stata concordata con l’ANCI e verrà regolamentata, nella sua applicazione, dall’ARERA.

In tema, invece, di apertura di nuovi mercati e di politiche per favorire gli investimenti, specie delle piccole e medie imprese che più di tutte hanno subito le conseguenze della lunga crisi economica iniziata nel 2008, la battaglia di Forza Italia, grazie al lavoro competente e determinato del vicepresidente della Commissione Finanze on. Sestino Giacomoni, ha portato all’approvazione degli emendamenti sui Piani Individuali di Risparmio (PIR).

Con essi, dal 1° gennaio prossimo potranno ripartire questi strumenti finanziari, indirizzati allo sviluppo ed al finanziamento delle piccole e medie imprese italiane, con la rimozione dei vincoli che li avevano bloccati lo scorso anno.

Dal 2020 le casse di previdenza e i fondi pensione potranno superare l’unicità prevista per le persone fisiche, potendo sottoscrivere più di un PIR, realizzando così quella diversificazione indispensabile per la sicurezza e la buona riuscita di qualunque investimento.

In tal modo, si prevede che nei prossimi 10 anni potranno essere raccolti e indirizzati all’economia reale, in particolare delle PMI italiane, oltre 150 miliardi di euro di risparmio privato: una leva fiscale che metterà in sinergia quelli che restano i due punti di forza della nostra economia, e cioè il risparmio delle famiglie e dei lavoratori con la creatività delle nostre piccole e medie imprese.

Al contrario, invece, il nostro emendamento volto a includere anche le società per azioni quotate nel novero degli investitori istituzionali avrebbe consentito di ampliare il numero dei potenziali investitori nei Fondi di Investimento Alternativi (FIA) Immobiliari, aprendo un mercato per la ristrutturazione immobiliare di ampie aree urbane dismesse, spesso di proprietà pubblica, che senza l’apporto di capitale privato non potranno beneficiare di progetti di riqualificazione e di rigenerazione. Purtroppo tale innovazione non ha trovato l’accoglimento da parte del Governo e della maggioranza, facendoci perdere l’ennesima occasione per favorire e attrarre investimenti nelle nostre città.

Come è stata un’occasione persa non essere intervenuti per sanare una volta per tutte la ferita dei ritardi dei pagamenti della pubblica amministrazione. Il nostro emendamento, del Presidente Gelmini, era infatti volto a consentire la compensazione dei crediti delle imprese nei confronti della PA con i debiti relativi a contributi e imposte, compresa l’IVA, immettendo così liquidità nel sistema economico-produttivo del nostro Paese. Bocciato, perché la copertura di 500 milioni annui era stata individuata nel fondo per il reddito di cittadinanza.

Quanto alla lotteria degli scontrini, come si diceva all’inizio, si tratta solo un timido accenno a politiche di contrasto di interessi fiscali. Si dovrebbe, invece, fare molto di più in quella direzione, perché l’emersione dell’evasione si ottiene consentendo – come avviene ad esempio negli Stati Uniti – la detrazione totale dal reddito di tutte le spese connesse alla casa, per la salute, per l’istruzione, per le imposte o le assicurazioni previdenziali, addirittura per le donazioni.

Con questo decreto, al contrario, il Governo prevede un tetto più basso all’utilizzo del contante, pensando che ciò possa costituire un argine all’evasione, quando invece appare chiaro che, in realtà, determinerà una contrazione dei consumi interni. In altre parole, il tetto al contante sempre più basso non frenerà l’evasione nei casi in cui comunque non si sarebbe fatturato, mentre è probabile che frenerà i consumi nei casi in cui comunque si sarebbe fatturato.

Infine, ecco l’ossessione sanzionatoria, che si sostanzia nella scelta di legiferare per decreto sulla materia penale – cosa già censurabile di per sé – attraverso l’introduzione di un inasprimento delle pene per contrastare l’evasione fiscale. Come da più parti è emerso, tuttavia, le manette sono una risposta demagogica che rischia, quantomeno, di generare soluzioni inutili, se non dannose.

Sull’Articolo 39, le ragioni di merito della nostra ferma contrarietà saranno certamente illustrate molto meglio rispetto al sottoscritto dalla collega Bartolozzi.

Per quanto mi riguarda, mi limito a sottolineare come chi quotidianamente e con fatica svolge (ancora) attività di impresa in Italia non debba essere costretto a districarsi tra vincoli e procedure bizantine pensate per imprese che operano sul filo della criminalità e che sono, di fatto, marginali rispetto al tessuto produttivo italiano.

Concludo, Presidente. Anche queste ultime ore ci hanno confermato come l’attuale maggioranza sia profondamente divisa, tanto che anche su questo provvedimento abbiamo registrato voti contrari da parte di alcuni gruppi, e tensioni varie, tali da far prevedere l’ennesimo voto di fiducia – il quinto? – in soli tre mesi di vita del Governo.

Probabilmente, senza la questione di fiducia, questo provvedimento “urgente” e “indifferibile” non vedrebbe la luce, soprattutto per quanto riguarda le norme che rispondono alla vocazione giustizialista di una parte dell’attuale maggioranza. Vocazione giustizialista che nelle loro intenzioni dovrebbe arrestare il crollo conclamato di consensi del partito di Di Maio, ma che in realtà non fa che spingere verso il basso il livello di gradimento dell’intero Governo, coinvolgendo tutti quelli che lo stanno sostenendo.

Il problema è che ci andranno di mezzo le imprese e le famiglie italiane, sempre più gravate da un sistema tributario oppressivo e vessatorio, che con provvedimenti legislativi della natura di quello in discussione oggi non potrà che peggiorare.

Noi, anche in questo caso, ci opponiamo!

 

Legge di Bilancio 2020, un mio breve commento

Come ogni anno in questo periodo, il Parlamento è chiamato all’esame della Legge di Bilancio. Mai come quest’anno ritrovo un atteggiamento vessatorio da parte del Governo, secondo l’ormai sempre più dominante per M5S e PD principio di “Tasse & Manette”. Potete scaricare dal link qui sotto un breve video in cui provo a raccontarvi perché sono e siamo contrari ad un Bilancio costruito in questo modo, che non dà risposte ma piuttosto crea nuovi problemi.

Video

 

L’unica via per fronteggiare i danni da dissesto idrogeologico è semplificare e velocizzare le procedure

Il dissesto idrogeologico del nostro territorio continua ad essere gestito come un’emergenza, in occasione di ogni evento calamitoso. E’ chiaro a tutti, ormai, come sia invece una malattia cronica, e come tale vada trattata. Non è, infatti, un problema di risorse, come ci viene detto da più parti, ma di sempre nuovi adempimenti burocratici che, in realtà, sono veri e propri impedimenti, che dilatano in maniera inaccettabile i tempi per far partire i cantieri.

Il Governo ha il compito fondamentale di velocizzare tutte le procedure e di attivarsi il prima possibile, perché il tempo perso costa, anche in termini di vite umane. Oltre ai ritardi, abbiamo anche un problema di controlli, quindi di prevenzione del rischio. Serve realizzare un monitoraggio capillare di tutta la rete viaria, da quella autostradale a quella delle strade provinciali, abbandonate negli ultimi anni a causa dei tagli dei trasferimenti agli enti gestori decisi dai Governi guidati dal Pd, da Matteo Renzi in poi.

Attività di monitoraggio e di controllo di cui, peraltro, si sarebbe dovuta far carico l’Agenzia nazionale per la sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali (ANSFISA), se non fosse ancora un ente fantasma e non operativo, pur essendo stata istituita più di un anno fa.

Non si puo’ lasciare al suo destino un territorio come l’Italia, ma bisogna intervenire subito, fare continua manutenzione per poter reggere anche episodi meteorologici di natura eccezionale come quelli che abbiamo registrato in Piemonte negli ultimi giorni.

Piccole Equitalia crescono…

Nei giorni scorsi abbiamo preso atto di come il premier Conte consideri “mistificazioni” quelle che per noi sono, invece, misure da Stato di polizia fiscale. Peccato, però, che l’articolo 96 della Legge di bilancio sia molto chiaro quando stabilisce che dal prossimo anno ciascun Comune italiano potrà adottare gli stessi strumenti oggi in capo all’Agenzia delle Entrate – e ieri, prima della sua finta abolizione, in capo a Equitalia – per la riscossione dei tributi propri: certamente IMU e TASI e con ogni probabilità anche le multe stradali.

Insomma, avremo più di 8000 piccole Equitalia che potranno avviare tutte le procedure esecutive per fare cassa, a cominciare dal pignoramento di stipendi, conti correnti, beni mobili e immobili!

In più, abbiamo scoperto dalla lettura dei quotidiani che il Ministro per l’Innovazione Paola Pisano starebbe lavorando alla realizzazione di una piattaforma informatica nazionale con cui la pubblica amministrazione colloquierà direttamente con i cittadini, che saranno obbligatoriamente dotati del loro “domicilio digitale”.

Potrebbe essere certamente un’ottima notizia. Non vorremmo, tuttavia, che la finalità primaria di questa piattaforma, che guarda caso torna in auge proprio adesso, sia quella di poter notificare on-line multe e cartelle esattoriali; e non, come ci si aspetterebbe, di rendere più semplice il rapporto di cittadini e imprese con gli svariati livelli dell’amministrazione pubblica del nostro Paese.

Dal Governo Monti in poi, in Italia è crollato il mercato immobiliare, mentre le tasse patrimoniali sono salite alle stelle. E viceversa

Secondo Confedilizia, la perdita di valore delle abitazioni degli italiani dal 2011 ad oggi è arrivata alla cifra-monstre di 1300 miliardi di euro. A fronte di ciò, la sola tassazione sul patrimonio, e ciòè IMU e TASI, è salita fino a 21 miliardi annui, senza considerare le imposte sul reddito e di registro, che generano un gettito di pari entità: insomma, una patrimoniale-salasso che ha contribuito in maniera determinante al crollo del mercato immobiliare.

Mi trovo, dunque, pienamente d’accordo con il Presidente di Confedilizia, Giorgio Spaziani Testa, quando boccia senza mezzi termini l’ipotesi di accorpamento di IMU e TASI che il Governo giallorosso ha inserito nella manovra di bilancio per il prossimo triennio. Intanto perché si prevede un aumento dell’aliquota di base, che passa dal 4 al 5 per mille per le abitazioni principali e dal 7,6 all’8,6 per mille per gli altri immobili; poi, perché scompare qualsiasi collegamento con i servizi pubblici resi dai Comuni, scaricando sui proprietari l’intera copertura dei relativi costi; quindi, perché addirittura viene concessa un’aliquota massima più alta, pari all’11,4 per mille rispetto al 10,6 per mille, a circa 300 Comuni italiani, fra cui Roma e Milano, introducendo un palese vizio costituzionale; infine, perché non vi è alcun intervento a favore dei proprietari di quegli immobili sfitti da tempo per assenza di inquilini o di acquirenti e oggi gravati da tasse e costi di mantenimento sempre più insostenibili.

Insomma, il governo delle quattro sinistre, in assoluta continuità con i governi che da Monti in poi hanno reso sempre più gravoso il carico fiscale sul patrimonio immobiliare, continua a considerare la casa degli italiani come il proprio bancomat, senza prevedere shock positivi in grado di far finalmente ripartire il mercato”.

Ich bin ein Berliner

Per ventisei lunghi anni un muro ha diviso una città nel cuore dell’Europa, ha raccontato di due diverse idee del mondo, ma soprattutto ha separato storie familiari e personali.

Trent’anni fa, oggi, cadeva il Muro di Berlino.

Da un lato, spinto giù da una grande forza popolare; dall’altro, grazie ad una una coraggiosa volontà politica dell’Occidente, che giocò da protagonista una partita in cui in ballo c’erano la libertà e le speranze dei suoi cittadini e cittadine.

Oggi festeggiamo una vittoria di quella libertà e di quella speranza.

Ma ricordiamo anche un momento che – forse più di qualunque altro! – segnò la differenza, politica e sostanziale, tra un’Europa saldamente inserita nell’Atlantismo e un’altra,
piegata alla dottrina comunista e sotto l’influenza dell’Unione Sovietica.

La prima, fortemente radicata sull’uomo al centro della società, la seconda sul totalitarismo.

Non ho alcun dubbio sul fatto che si sia fatta la scelta più giusta, che oggi con forza dobbiamo rivendicare e difendere. 

 

Governo giallorosso, una manovra economica all’insegna di ulteriori tasse, sanzioni, adempimenti

Una manovra senza futuro, all’insegna di un inasprimento di quella che ormai è diventata una vera e propria oppressione fiscale nei confronti dei contribuenti italiani. E che non offre alcuna prospettiva in termini di crescita della nostra economia. 

Si caratterizza così la prima sessione di bilancio del governo giallorosso delle quattro sinistre, con provvedimenti ispirati da un’attitudine sanzionatoria e da una ricerca spasmodica di nuove fonti di gettito.
Si pensi, ad esempio, alla scelta di diminuire il limite all’utilizzo dei contanti, senza al contempo prevedere incentivi e agevolazioni per i pagamenti elettronici: un regalo per chi potrà incamerare maggiori commissioni sulle transazioni e l’ennesimo balzello per i consumatori. 
Oppure, come non ha mancato di sottolineare Confedilizia, la proposta, per noi irricevibile, di aumentare l’aliquota della cedolare secca sugli affitti abitativi a canone calmierato, dall’attuale 10% al 12,5%: ciò determinerebbe una clamorosa inversione di tendenza rispetto ad una misura che ha consentito di ridurre drasticamente l’evasione fiscale nel mercato delle locazioni, generando maggior gettito con una tassazione “piatta”. Misura che, al contrario, dovrebbe essere estesa e resa strutturale anche per le locazioni commerciali.
Insomma, si tratta di una manovra di bilancio orientata esclusivamente a reperire nuove risorse per continuare ad alimentare spesa corrente improduttiva come il cosiddetto reddito di cittadinanza, senza una strategia per una riduzione complessiva della tassazione a carico dei contribuenti.

Il mio intervento alla Camera nel corso della discussione generale su Rendiconto 2018 e Assestamento 2019 (testo + video)

Presidente, onorevoli colleghi, rappresentanti del Governo,

nel corso della seduta odierna siamo chiamati a discutere di due documenti fondamentali per il bilancio pubblico del nostro Paese, a pochi giorni dalla presentazione al Parlamento da parte del nuovo governo “giallorosso” della nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, ovvero la base programmatica per la legge di bilancio 2020-2022 (che a sua volta, è da inviare alle Camere entro il 20 ottobre prossimo): si tratta di due documenti di finanza pubblica che ci consentono – in primo luogo con il rendiconto generale dello Stato per l’anno finanziario 2018 – di definire il risultato della gestione finanziaria di un anno, cosiddetto, elettorale, in cui per cinque mesi il Governo è stato presieduto dall’attuale commissario europeo on. Paolo Gentiloni con una maggioranza di centrosinistra e per i successivi sette mesi dal Presidente prof. Giuseppe Conte, con la sua ormai ex maggioranza “gialloverde”; e, in secondo luogo, con l’istituto dell’assestamento dell’anno finanziario in corso, di evidenziare un aggiornamento, a metà esercizio 2019, degli stanziamenti di bilancio, anche sulla scorta della consistenza dei residui attivi e passivi accertati in sede di rendiconto dell’esercizio precedente. Assestamento che, ricordo, è completamente frutto dell’attività del governo Conte I, anche se per paradosso, verrà approvato da quest’Aula (a differenza di quanto è avvenuto in Senato nel luglio scorso) da una maggioranza parlamentare radicalmente diversa: quella, appunto, che attualmente sostiene il Governo giallorosso, il Conte BIS.

Il disegno di legge di approvazione del rendiconto ha carattere formale e risulta sostanzialmente inemendabile. Questo provvedimento, infatti, la cui iniziativa è riservata al Governo ai sensi dell’articolo 81, quarto comma, della Costituzione, evidenzia le risultanze contabili della gestione amministrativa delle risorse di competenza statale.

Il Parlamento, pertanto, è chiamato ad esprimere una valutazione complessiva senza poter modificare il contenuto dell’atto. Valutazione complessiva che, spesso, non trova la giusta attenzione da parte dell’opinione pubblica ma che contiene in sé alcuni indicatori che meritano, al contrario, di essere sottolineati, anche in funzione delle scelte future nell’impiego delle risorse pubbliche (che poi altro non sono che le risorse dei cittadini-contibuenti).

Fra gli indicatori da evidenziare in questa sede vi è l’avanzo della gestione di competenza, pari a quasi 24 miliardi di euro, che segna un miglioramento dei saldi rispetto alle previsioni contenute nell’Assestamento 2018.  Le operazioni complessive di bilancio danno luogo a 840.677 milioni di accertamenti di entrate e 816.702 milioni di impegni di spesa, generando un avanzo complessivo di 23.975 milioni, pari a 26.036 milioni al netto delle regolazioni contabili.

Si registra, tuttavia, un peggioramento del risparmio pubblico (saldo delle operazioni correnti), che passa dai 31,6 miliardi di euro registrati nel 2017 ad un valore di 27,4 miliardi (corrispondente all’1,6 per cento del PIL), con una riduzione di circa 4,2 miliardi rispetto al 2017. Tale situazione è determinata dal maggior incremento delle spese correnti (+13 miliardi) rispetto al complesso delle entrate tributarie ed extra-tributarie (+8,9 miliardi).

Per quanto riguarda il debito pubblico, a fine 2018 era pari a 2.321,957 miliardi di euro (132,2% del Pil), in aumento di 52,947 miliardi di euro rispetto ai 2.269,01 del 2017 (131,4% del Pil), con un incremento del rapporto debito/Pil dello 0,8%. Si tratta di una inversione di tendenza rispetto alla progressiva (sebbene contenuta) riduzione degli anni precedenti. E già questo sarebbe un indicatore che dovrebbe metterci in allarme. Se poi, invece, dovessimo fare riferimento – come ci suggerisce Bankitalia – alle nuove metodologie dell’Eurostat nel ricomputare i debiti pubblici sovrani, con il trasferimento contabile nel perimetro del debito pubblico italiano dei buoni fruttiferi postali emessi dalla Cassa Depositi e Prestiti, il dato drammatico per il 2018 sarebbe per l’Italia pari al 134,8% del PIL, in sostanza circa 58 miliardi in più.

Per quanto riguarda, infine, il totale delle spese di parte corrente e di quelle in conto capitale, se da un lato assistiamo ad una lieve riduzione complessiva, pari allo 0,1 per cento, rispetto al 2017, passando da 612,1 miliardi di euro del 2017 a 611,6 miliardi di euro del 2018, dall’altro lato non possiamo non sottolineare come la spesa di parte corrente abbia generato impegni per circa 562 miliardi di euro, in aumento (+13,1 miliardi) rispetto al 2017, mentre gli impegni di spesa in conto capitale abbiano registrato una riduzione, di circa 13,6 miliardi di euro rispetto al 2017, scendendo da 63,2 miliardi a 49,6 miliardi (-21,5 per cento circa).

Insomma, la spesa complessiva è rimasta pressoché invariata (alla faccia di tutti i proclami in fatto di revisione della spesa pubblica), ma in compenso ad una spesa “buona”, quella per gli investimenti che generano sviluppo, è stata preferita, sia dal Governo Gentiloni, sia dal Governo Conte I, la spesa corrente, dispersa in mille rivoli o, peggio, nelle promesse propagandistiche insostenibili.

Se, come si è detto, il rendiconto è una sorta di fotografia di un esercizio finanziario annuale, ed è sostanzialmente non modificabile, diverso è discorso che si può fare per la legge di assestamento, che interviene a metà anno per aggiornare l’equilibrio dei conti pubblici.

Al di là del tema, certamente positivo, dello “scampato pericolo” rispetto ad una procedura di infrazione per deficit (e debito) eccessivo che avrebbe ulteriormente minato la situazione dei nostri conti pubblici, tema su cui tornerò fra poco, ritengo importante sottolineare preliminarmente le direzioni lungo le quali la delegazione di Forza Italia in Commissione Bilancio guidata dall’on. Andrea Mandelli ha presentato le proprie proposte emendative al disegno di legge in esame, attraverso l’impiego di maggiori risorse per:

  • stimolare la competitività e lo sviluppo delle imprese con interventi di sostegno tramite la leva della fiscalità, secondo la ben nota equazione secondo cui meno tasse alle imprese che investono generano più sviluppo e, quindi, più lavoro;
  • sostenere concretamente, e non con interventi spot, le politiche sociali e gli interventi in favore della famiglia, coerentemente con quanto già proposto da Forza Italia in occasione della discussione del Decreto cosiddetto “Crescita”: parliamo di IVA agevolata sui prodotti per l’infanzia (pannolini, latte in polvere e liquido, latte speciale o vegetale per soggetti allergici, intolleranti, omogeneizzati e prodotti alimentari, strumenti per l’allattamento, prodotti per l’igiene, carrozzine, passeggini, culle, lettini, seggiolini per automobili) e sulla detrazione di un importo pari al 20% per l’acquisto di prodotti alimentari e non alimentari destinanti ai lattanti di età inferiori a dodici mesi.
  • rafforzare il comparto sicurezza, aumentando la dotazione organica e finanziaria dell’Arma dei carabinieri e della Polizia di Stato per la tutela dell’ordine pubblico, perché la sicurezza dei cittadini è un diritto che deve essere tutelato e le forze dell’ordine devono essere messe in condizione di operare al meglio;
  • adeguare la dotazione finanziaria del fondo finalizzato a sostenere i progetti di fusione dei Comuni, un tema che ci sta particolarmente a cuore – come dimostrano gli atti di sindacato ispettivo proposti nelle settimane scorse dai colleghi Alessandro Cattaneo e Stefano Mugnai e le prese di posizione del collega piemontese Roberto Pella, anche nel suo ruolo di vicario dell’Associazione Nazionale Comuni d’Italia – un tema che sta particolarmente a cuore a chi, come il sottoscritto proviene da una Regione, il Piemonte, che conta quasi 1200 Comuni e che negli ultimi tempi ha visto concretizzarsi qualche progetto di fusione tra piccoli Comuni, proprio sulla base di quei trasferimenti promessi dall’autorità statale che, invece, nel 2019 sono stati tagliati mediamente del 40 per cento. Con il nostro emendamento, ripresentato in Aula a prima firma della Presidente Gelmini chiediamo, dunque, di adeguare l’entità di tali trasferimenti, per una cifra pari a circa 31 milioni di euro, per evitare di bloccare processi virtuosi già avviati e di rompere un patto con piccole comunità locali che, attraverso un processo virtuoso, dal basso, con il coinvolgimento della popolazione tramite l’istituto del referendum, hanno accettato la sfida di rendere più efficiente il livello di governo locale, cercando di migliorare i servizi pubblici attraverso le economie di scala che una struttura di dimensioni maggiori potrebbe garantire. Per il 2019, stiamo parlando di 166 Amministrazioni comunali in Italia, che hanno istituito 67 Enti a seguito di fusione e che, per effetto dei contributi erogati “una tantum” dal Ministero dell’Interno per le spese di investimento, in alcuni casi hanno paradossalmente aggiunto al danno della riduzione dei trasferimenti rispetto alla ripartizione del 2018, la beffa di avere meno risorse a disposizione, non potendo “sommare” i contributi che sarebbero spettati ai Comuni originari, prima appunto delle varie fusioni. Con il nostro emendamento, dunque, ci auguriamo, che il fondo, che oggi ha una disponibilità pari a circa 46,5 milioni di euro, venga adeguato per venire incontro alle giuste sollecitazioni delle amministrazioni locali e dell’ANCI.

Più in generale, invece, per quanto riguarda l’assestamento 2019, possiamo affermare che si tratta di un documento “ispirato”, anzi, “dettato” dall’Unione Europea, con buona pace dei contraenti del precedente accordo di Governo.

Forza Italia ha ovviamente visto con favore la conversione in legge del decreto-legge n. 61 del 2 luglio scorso, perché prevedeva importanti risparmi di spesa corrente, pari a circa 1,5 miliardi di euro, in merito ai provvedimenti-bandiera del governo gialloverde, a cominciare dal reddito di cittadinanza.

L’assestamento, pari a 6,1 miliardi, in questo caso completa la manovra di allora: l’entità complessiva (7,6 miliardi) della correzione del deficit per l’anno in corso fa sì che l’Italia rientri nei parametri del debito (2,1%) e non si sia aperta la procedura d’infrazione. Averla scongiurata è certamente un fatto positivo. Resta però un dato: il faro dell’Unione europea è costantemente acceso sui nostri conti pubblici e, quel che più conta, sulla sostenibilità del nostro debito.

Ciò significa che l’attuale – e di segno politicamente opposto, rispetto alla precedenza – maggioranza parlamentare nel DEF dovrà affrontare, riducendo il tendenziale del deficit, il disinnesco per circa 23 miliardi delle clausole di salvaguardia dell’IVA, le mancate privatizzazioni per circa 18 miliardi, tutte le misure spot che sono contenute nei 29 punti programmatici dell’accordo fra PD e M5S.

La fantasia non vi manca, e il florilegio di nuove tasse e balzelli che autorevoli esponenti dell’attuale Governo hanno ideato solo nell’ultima settimana è lì a dimostrarlo. Dalle merendine, ai voli aerei, alle accise sul diesel, alle tasse sui prelievi al bancomat, è tutto un tentativo di rastrellare risorse per finanziare spesa corrente e, per definizione, improduttiva in termini di sviluppo.

Noi di Forza Italia, ieri come oggi, abbiamo un’altra impostazione, e crediamo che le risorse pubbliche (che, lo ripeto, sono le risorse dei cittadini-contribuenti) debbano essere impiegate per gli investimenti e per il taglio delle tasse a famiglie e imprese.

Riteniamo sia, questo, l’unico modo per invertire una rotta che, secondo l’Ocse, ci vedrà caratterizzati da una crescita del PIL vicina allo zero sia nel 2019, sia nel 2020; un trend che certamente è condizionato da una situazione economica mondiale molto difficile e dai segnali di incertezza e di sfiducia in tutta l’area dell’euro; ma che certamente sconta la bassa produttività del nostro sistema-paese, il deficit infrastrutturale, le troppe tasse e una burocrazia ottusa ed eccessiva: sono questi i nodi da affrontare in via prioritaria, non altri!

Grazie

 

 

Correggere le storture del cosiddetto “taglio” dei vitalizi. Sarà, forse, impopolare, ma chissenefrega: è semplicemente giusto

Fra gli effetti indotti dal cosiddetto “taglio” dei vitalizi – in realtà il ricalcolo di quell’istituto e la sua trasformazione, di fatto, in una pensione contributiva, attraverso il metodo della capitalizzazione – votato nel corso dell’ultima seduta del Consiglio regionale del Piemonte, vi è una palese stortura (vorrei dire violazione costituzionale, ma mi occupo di numeri e mi spiacerebbe passare per un apprendista stregone della giurisprudenza, ndr), che si aggiunge alla retroattività della norma in questione, elemento che già di per sé meriterebbe un commento a parte e che potrebbe aprire il varco alla messa in discussione di tutti i diritti acquisiti dai cittadini italiani.

Tale ulteriore effetto indotto è frutto di una Legge votata dal Consiglio regionale del Piemonte nel dicembre 2011: in particolare dell’articolo 5 bis della Legge Regionale 25.

Con quella norma, infatti, in Piemonte venne disposta la sospensione dall’erogazione del vitalizio per chi si trovasse a subire una condanna definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione.

Ciò ha una conseguenza paradossale: se, a titolo di esempio, un alto dirigente della PA – già in quiescenza – venisse condannato in via definitiva per un reato, appunto, contro la PA continuerebbe a percepire la sua pensione (giustamente, secondo me, avendo comunque versato per n anni i contributi sul proprio stipendio secondo la legislazione vigente), mentre nel caso di un “politico”, quantomeno qui da noi, la nostra Legge regionale gliene sospenderebbe l’erogazione.

A tal proposito, ricordo che oggi in Italia, per effetto della Legge Fornero (e delle successive modificazioni), le uniche motivazioni per la sospensione dell’erogazione di pensioni i cui titolari siano stati condannati in via definitiva sono per i seguenti articoli del codice penale: 270 bis (associazioni terroristiche), 280 (attentato con finalità terroristiche), 289 bis (sequestro di persona a scopo terroristico o eversivo), 416 bis (associazione mafiosa), 416 ter (scambio elettorale politico-mafioso), 422 (strage).

Insomma, la legge è uguale per tutti, ma per chi ha dedicato molti anni alla vita pubblica del nostro Paese e della nostra Regione è meno uguale. C’entrerà forse il fatto che si tratta di poche decine di persone, con scarsissimo peso elettorale?

A me pare incomprensibile e inaccettabile che ciò stia avvenendo nel nostro Piemonte, una terra che si è sempre caratterizzata per la sua tradizione liberale e la sua cultura garantista.